Porto Flavia, un’opera unica nel suo genere

 

Furono l’ideazione, la progettazione e la costruzione di un’opera originale e grandiosa come Porto Flavia (vedi la foto) a procurare la fama a Cesare Vecelli, e ben oltre i confini della Sardegna. Quel magazzino di minerale scavato nel massiccio calcareo di Masua, quel sistema d’imbarco e di pesatura meccanica che consentiva il carico immediato e veloce sulle navi sottostanti la scogliera ebbe non solo il merito di snellire e modernizzare il trasporto del minerale, ma anche quello di alleviare la fatica immane degli operai che, fino a quel momento, lavoravano di muscoli per far funzionare coffe, barche e rimorchi. Era il sistema che si avvaleva delle bilancelle, le piccole imbarcazioni a vela latina che facevano la spola tra Cala Domestica e Carloforte, da dove poi potevano esser raggiunti gli scali della penisola. Un sistema massacrante per gli operai che trasportavano a spalla coffe di 50 chili, dalle quali cadeva calce viva che, a causa del sudore, dava luogo a bruciature e piaghe dolorosissime. Vecelli ideò il sistema di carico diretto dei piroscafi, costruendo dentro la roccia a strapiombo sul mare: il fondale consentiva l’ormeggio a navi di grossa stazza che potevano essere agevolmente caricate del minerale proveniente dalle vicine miniere di Masua, Montecani e Acquaresi. «Si trattava di costruire importanti magazzini nell’interno della roccia, capaci di contenere minerali di diversa qualità» scrisse lo stesso Vecelli illustrando il progetto nei resoconti dell’Associazione mineraria sarda. Per questo furono creati nove silos dove stipare il minerale: poi, per caduta, questo finiva su un nastro trasportatore che lo imbarcava sulle navi. «La quota d’arrivo, cioè di carico dei silos è di 37 metri sul livello del mare» scriveva Vecelli. «Per mettersi in condizione di caricare qualsiasi piroscafo si fissò la quota della galleria di scarico a 16 metri. Ne risultò quindi l’altezza dei silos di circa 20 metri». Le pareti dei silos furono svasate verso il basso per impedire l’arresto della caduta dei minerali durante lo scarico. Inoltre fu allestito un sistema di tramogge meccaniche in ferro, del peso di circa una tonnellata ciascuna, per regolare l’emissione del minerale. Il risultato fu eccezionale sia sotto il profilo della produzione che sotto quello della condizione degli operai. Ce lo racconta lo stesso Cesare Vecelli: «Basti dire che il “Wilfred” ormeggiato alle 14 del 7 maggio 1925 a Porto Flavia mentre, come per gli usuali contratti di noleggio, avrebbe dovuto attendere 24 ore per iniziare il carico, invece poche ore dopo l’arrivo, partiva con tremila tonnellate a bordo». Oltre che del progetto e dei macchinari utilizzati, tutti italiani, Vecelli andava orgoglioso anche della bravura delle maestranze impiegate per realizzare l’opera che furono tutte sarde. Mentre, com’è noto, il nuovo imbarco venne battezzato “Flavia”. Un gesto d’affetto di un uomo che, oltre ad essere tecnico valentissimo, fu anche padre. E per questo unì sotto lo stesso nome le sue due opere più belle: un originalissimo porto e l’amatissima figlia.

Porto Flavia, un’opera unica nel suo genereultima modifica: 2006-04-08T12:40:00+02:00da robchef
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