Mezzo secolo in bicicletta

 

Una passione sportiva che si è trasformata in impresa. È questa in sintesi la storia della ditta Cherri di Iglesias che da quarant’anni produce biciclette e le vende in tutta la Sardegna con frequenti incursioni anche nel mercato internazionale, Spagna, Francia, Repubblica Ceca.

L’anima dell’azienda è Mario Cherri, classe 1930, un passato da ciclista dilettante prima e da cicloamatore poi, nel quale brilla qualche titolo regionale e uno di campione italiano. Da venticinque anni lo affianca il figlio Franco, che della “Specialtelai” è l’amministratore delegato.

“Mio padre avviò la società nel 1964, quando concluse l’attività agonistica” racconta. “Cominciò aprendo un piccolo negozio con annessa officina, dove costruiva i telai delle bici utilizzando tubazioni speciali, quelle da sei decimi, che richiedevano una particolare abilità dell’artigiano nella saldatura”. Nel volgere di pochi anni il nome Cherri divenne quasi un’istituzione tra gli appassionati, anche grazie alla fondazione di una società ciclistica che per oltre vent’anni organizzò innumerevoli gare a livello regionale. L’attività di promozione di eventi agonistici si affiancò a quella della costruzione delle bici, influendo positivamente sotto il profilo della diffusione del marchio nell’isola.

L’ingresso in azienda di Franco Cherri, nel 1978, fu contemporaneo all’affitto di un capannone in periferia, dal quale uscivano mille biciclette all’anno. Furono quelli gli anni di un’ascesa che ha ebbe il suo emblema nella “Cherrita”, la bicicletta pieghevole per bambini e adulti che spopolò per almeno tre lustri nel Sulcis Iglesiente e nel resto dell’Isola, accompagnata da uno slogan coniato ad hoc per la pubblicità sulle prime radio libere della Sardegna: “Cherrita, la bicicletta che dura una vita”.

“Ma il salto di qualità vero e proprio lo abbiamo fatto nel 1983” spiega Franco Cherri “provando a darci un’impronta da piccola industria, trasferendoci in locali più ampi, assumendo altro personale e soprattutto dotandoci di quelle tecnologie che ci hanno consentito di varare una produzione su scala più vasta”.

A fare la parte del leone è naturalmente il settore delle mountain bike, che assorbe circa il 90% del ciclo produttivo, in virtù di un mercato come quello isolano in cui, a parte qualche rara eccezione nei centri del Campidano, la bici non è considerata un mezzo di trasporto quotidiano ma uno strumento per fare sport. Oggi la ditta Cherri sforna circa diecimila biciclette all’anno, in 32 modelli differenti, dalla mountain – bike al cross, dalla pieghevole al tipo corsa, assicurando una decina di buste paga ad altrettante famiglie della zona.

Certo, molte cose sono cambiate nel corso di pochi decenni. Il mercato italiano è saturo, su 2500 aziende produttrici ne sono rimaste in vita solo 500, la domanda è crollata quasi del 50% a causa della febbre gialla, l’invasione cinese che ha stravolto del tutto il sistema produttivo, costringendo l’ultima fabbrica italiana di telai a chiudere i battenti la scorsa primavera.

“Ormai il materiale è importato al 98%” spiega Franco Cherri. “Telai, manubri e freni arrivano dalla Cina; mozzi, pedali e guarniture dall’India; le gomme da Taiwan mentre dal Giappone provengono i componenti shimano. In Italia continuiamo a produrre soltanto i cerchi, molto voluminosi rispetto al peso e il cui trasporto sarebbe troppo caro, e le selle, che nessuno sa fare meglio di noi italiani, tanto che sulle biciclette di tutto il mondo si montano solo le nostre”.

Restano dunque prerogative di aziende come la Cherri l’assemblaggio e la rifinitura della bicicletta, la capacità di dotare il prodotto finale di quel tocco in più che lo renda affidabile per i clienti, si tratti di privati o di ditte committenti. Naturalmente il fatto che la produzione dipenda in maniera così schiacciante dall’importazione del materiale comporta non poche difficoltà.

“Il problema ha un duplice aspetto” dice Franco Cherri. “Anzitutto i tempi lunghi. I container impiegano dieci giorni per arrivare dalla Cina a Gioia Tauro; ma poi ne impiegano altri venti, dico venti, per arrivare dalla Calabria in Sardegna, perché devono transitare da Salerno o da Genova o da La Spezia. In secondo luogo noi possiamo fare anche ingenti scorte di materiale ma se dalla Cina ci mandano, ad esempio, le viti sbagliate, la produzione si blocca fino a quando non arrivano le viti giuste”.

Alle difficoltà di ricezione della merce si aggiungono gli elevati costi di distribuzione dovuti a infrastrutture obsolete (“Per inviare un carico di 600 bici ad Olbia ci vogliono oltre duecento euro e un’intera giornata di viaggio”); il problema, comune a molte piccole aziende, dell’accesso al credito; i mesi trascorsi per ottenere l’iscrizione al registro degli esercenti con l’estero; la lentezza delle banche abilitate a lavorare oltre i confini nazionali “con costi ingenti, basti pensare a quanto bisogna spendere per aprire una lettera di credito”.

Insomma per restare in corsa bisogna pedalare, puntare sulla qualità, cercare nuovi mercati (“non l’Africa, la bicicletta non fa parte della loro cultura”) e far crescere i giovani come Davide, 25 anni, alfiere della terza generazione dei Cherri. “Sardinews”, settembre 2003

 

Mezzo secolo in biciclettaultima modifica: 2006-04-17T14:15:00+02:00da robchef
Reposta per primo quest’articolo