Guccini, Guareschi, salame e lambrusco.

 

Francesco Guccini, nei tuoi romanzi Vacca d’un cane e Cronache epifaniche usi un impasto linguistico tra pavanese e modenese. Di un tuo conterraneo, Giovannino Guareschi, c’è stato chi ha scritto che pensava in dialetto ma scriveva in italiano.

«Sicuramente Guareschi parlava dialetto a casa perché allora tutti parlavano dialetto. Non so quanto lo parlasse anche perché ricordo che la madre era una maestra…Però sicuramente lo parlava. Mia madre parla ancora dialetto con le sorelle, mio padre parlava dialetto, anche se non era emiliano, con i suoi genitori e le sorelle. Allora c’era l’abitudine di parlare il dialetto, cosa che non è successa a noi perché io, per esempio, ho sempre parlato italiano. Naturalmente conosco il dialetto, lo parlo ma non saprei scriverlo perché mi mancano la prontezza e la freschezza. Quindi lo uso in modo molto diverso. Guareschi, che doveva essere più o meno coetaneo di mio padre che era nato nel 1911, aveva delle idee tutte sue, particolari. Per esempio non voleva il bagno in casa perché era abituato come i contadini di una volta».

Diceva che non si vergognava a chiamarlo cesso. Nella Bassa lo si chiama cesso ma lo si tiene fuori di casa; altrove lo chiamano toilette o in altri modi ma è sistemato vicino alla stanza dove di mangia o dove si dorme. Naturalmente c’è umorismo…

«Sì, l’umorismo ce lo aveva… Per me, onestamente, era un reazionario. Un simpatico reazionario ma reazionario. Era cocciuto come tanta gente della Bassa. Io la Bassa la conosco poco, conosco Carpi che è nella zona. Carpi è il paese di mia madre e nel dopoguerra, finite le vacanze, ogni tanto ci andavo. Ne parlo anche in Cronache epifaniche. La prima volta che sono andato a Carpi c’era questa vita diversa. Carpi è un cittadina dove la gente viveva in condominio e io mi chiedevo: “Ma come? Tutta questa gente in una casa sola?”. Perché questo fatto mi schienava. Ricordo che da bambino, dai miei nonni, la spesa si faceva una volta alla settimana perché, a parte che i negozi erano distanti, la maggior parte delle cose le avevamo noi in casa. Guareschi ha vissuto in questo tipo di ambiente. Per quanto riguarda la Bassa lui insiste molto su questo sole estivo, su quest’afa opprimente, su questo sole da Messico, su questo panorama bassissimo. Poi i pioppi…sì ricordo i pioppi che sono una presenza costante nella Bassa, vicino agli argini del fiume. Poi gli olmi,che adesso non ci sono più perché qualche malattia li ha sterminati. Gli olmi servivano per appoggiare i tralci delle viti. E ancora il lambrusco, che è considerato un “non vino” dai chi non è emiliano. Nota che il lambrusco è emiliano e lo dico perché una volta, un giornalista ha scritto di me: “Guccini, questo simpatico romagnolo che vive a Bologna e beve lambrusco”. Allora, gli errori sono diversi. Anzitutto gli emiliani non sono romagnoli e quindi…»

In un suo racconto Guareschi distingue bene tra emiliani e romagnoli. E don Camillo raccomanda un vecchio al Cristo dicendo: “Gesù ricordatevi che egli è romagnolo”.

«Sì, sentiamo una forte differenza di etnia. Ma c’è una ragione. I romagnoli mangiano pecora, agnello e castrato mentre noi emiliani mangiamo il maiale. Gli emiliani sono Celti, i romagnoli Bizantini. Sono proprio etnie diverse. Ovviamente è una distinzione di comodo perché poi ci sono state le mescolanze. Però qualcosa di vero c’è. Tornando a quel che scrisse quel giornalista va detto che i bolognesi non bevono lambrusco: bevono vini romagnoli come l’Albana. Sono i modenesi, i reggiani e i parmigiani, o parmensi, a bere lambrusco: Sorbara, Castelvetro e Salamino Santa Croce. Questo per i modenesi perché per i parmigiani e i reggiani le cose sono diverse. Parmigiani p parmensi… quelli di città sono i parmigiani mentre i parmensi sono quelli del contado. Il parmigiano vero lo chiamano parmisan del sass ossia “Parmigiano del sasso” che non so bene cosa sia ma credo indichi il nucleo centrale di Parma. Guareschi è parmense ma anche parmigiano perché ha lavorato a Parma alla “Gazzetta”».

Guareschi ha sentito forte l’attaccamento alle radici. Ha lavorato a Milano alla Rizzoli ma poi è tornato a Parma.

«A Milano stava male. Io ho letto anche le ultime cose uscite adesso, le antologie curate dai figli, Carlotta e Alberto, che credo abbiano grosso modo la mia età. Sì, Guareschi era profondamente legato a certe tradizioni. Io l’ho conosciuto personalmente…Il lambrusco…ogni tanto anche don Camillo ne tira fuori una bottiglia, come anche Peppone».

e non deve mancare il culatello…

«Ah, il culatello! Io ho un cugino a Carpi che, quando vado a trovarlo, prima stappa e poi mi saluta… Sono curiosi questi due personaggi, don Camillo e Peppone. Nascono in un periodo di fortissimi problemi politici, soprattutto in Emilia. C’era un fortissimo comunismo, proprio feroce, la gente veniva anche uccisa. Per me Guareschi ha gettato una specie di pacificazione. Sono due personaggi così caratteristici e così forti tutti e due… Ecco: un altro tema, che è poi tipicamente di campagna, è quello della forza fisica. La forza personale serve a fare delle imprese, a trasportare delle cose, a rompere un mazzo di carte, tirare su una tavola e gettarla via…Era un’atmosfera tipica di quegli anni. Erano tutti armati e ancora oggi si trovano dei depositi d’armi risalenti a quei tempi. Erano tempi molto cattivi: o eri comunista, e lo eri ferocemente, o eri anticomunista, e lo eri altrettanto ferocemente. Io, per esempio, venivo da una famiglia bianca e, da ragazzino, ero ferocemente anticomunista. Perché o eri da una parte o eri dall’altra, non c’era soluzione. Per me Guareschi ha contribuito un po’ a pacificare quell’ambiente».

La lingua che usava era molto antiletteraria.

«Senz’altro. Era molto semplice. Usa dei dialettalismi come balengo, delle forme davvero antiletterarie. È stato snobbato dalla critica perché credo che allora gli intellettuali sentissero in altro modo quella divisione di forze di cui parlavamo. Quando parlo di intellettuali parlo di comunisti. C’era, tutto sommato, una formazione togliattiana che voleva il rigore. Se ben ricordo Vittoriani se ne andò dal partito proprio perché non voleva fare il pifferaio della rivoluzione. Ciò che non era ortodosso veniva bollato e, tra le altre cose, anche questo tentativo che però non credo Guareschi abbia voluto fare consciamente. Un’altra rubrica interessante per spiegare questa divisione allora esistente, al di là del Mondo piccolo di don Camillo, appariva sul “Candido” che mio padre comprava regolarmente. Era il Visto da destra – Visto da sinistra. Credo che con Guareschi la tenesse Mosca. Era divertente perché sui giornali quelle cose si leggevano davvero. Loro naturalmente avevano quella vena ironica che portava ad esagerare le cose, un po’ come fa Fantozzi quando per dire che c’è molto caldo afferma che ci sono quattromila gradi Fahrenheit».

Un tema importante mi pare sia quello della difesa di un mondo che scompare. Prima tu hai detto che Guareschi era un reazionario. Io però lo vorrei considerare più un conservatore che un reazionario. Lui teme l’annientamento di certi valori benché sappia che quell’annientamento è inevitabile.

«Sì, è vero. Se ricordo bene non voleva gli elettrodomestici: la lavatrice in casa non entra…anche la cameriera… Ecco, per esempio: lei usa molti dialettalismi. La cameriera dice “me” non “io”, dice “lui” anziché “lei”. Certo, sono dialettalismi di chi traduce, male, in italiano dal dialetto. Mia madre mi raccontava sempre del suo maestro elementare, pensa un po’, che diceva “Non bisogna mettersi dietro le porte perché si prendono gli sburloni”. In dialetto burlone vuol dire urto. Guareschi secondo me intuì, per dire così, l’imminente disfacimento morale. C’è un crollo di valori nei giovani d’oggi. Ad esempio, se io andava a casa di un mio amico ero rispettosissimo dei suoi genitori. Dicevo “Buongiorno signor Tale, buongiorno signor Talaltro”. Ero intimidito dalla presenza dei genitori del mio amico. Oggi mia figlia porta a casa cinque o sei amiche che vanno avanti e indietro per tutta la casa e, se va bene, mi saluta una sola di loro; le altre nemmeno mi guardano. ora non dico che questo sia un crollo dei valori ma certo è un latro atteggiamento. Per me Guareschi aveva intuito questo fatto e difendeva la sua vecchia educazione, il vecchio rispetto. Il montanaro direbbe la “prudenza”, che significa rispetto dell’intimità e delle cose altrui. In Guareschi ci sono diversi episodi del genere. Per esempio: sente un gergo che non gli è familiare e ci ironizza sopra. all’epoca si usava una bruttissima parola, matusa, per dire degli anziani. Non so neppure se sia stata davvero adoperata: l’hanno presa i giornali ed è entrata nel linguaggio comune. Ecco in Guareschi c’è un racconto…».

Forse è in Don Camillo e i giovani d’oggi.

«Non solo…Anche in un racconto con la cameriera che si chiamava…»

Giò.

«Sì, Giò. Era un racconto su un sorpasso. Lui sentiva questo cambiamento di un mondo che in qualche modo gli era caro».

C’è ancora un altro elemento. Dal punto di vista religioso il Concilio Vaticano II per Guareschi fu un colpo durissimo perché eliminò il Latino dalla liturgia. Quando è morto è stata seppellito con la messa in Latino.

«Allora…Io faccio parte di un’Accademia nata a Porretta Terme. È un’Accademia sorta nel Settecento che abbiamo ripristinato un po’ per giocarci e un po’ per riunire degli studiosi della zona, di storia soprattutto Sono pistoiesi, modenesi, bolognesi. La nostra protettrice è santa Maddalena. Ogni anno quando ci riuniamo, una delle ultime domeniche di luglio, dato che c’è anche un prete viene detta Messa. Qualcuno degli Accademici ha proposto che la si dica in Latino. Anche Guareschi era sicuramente attaccato a queste tradizioni, a un mondo che proprio allora stava cambiando».

Infatti. Muore nel 1968.

«Già. Non dimentichiamo che proprio in quegli anni c’è un grande cambiamento dell’Italia, di quell’Italia alla quale lui era molto attaccato. Inoltre era monarchico…».

La Monarchia era un elemento che lui voleva come unificatore, molto più della Repubblica.

«Ah, si! Ma ce ne ha tante di cose… la vecchia maestra che vuole essere seppellita con la bandiera con lo stemma sabaudo…».

Oltre al fatto della conservazione del dialetto, c’è anche la difesa del paese e del mondo agricolo.

«Sì, il mondo agricolo. Può sembrare un controsenso ma lui amava molto i motori. Invece non è un controsenso perché proprio allora il mondo agricolo scopre le macchine e le adopera. Però la lavatrice no…quella è una diavoleria americana che lui non apprezza. Anzi… sai come è chiamata in Romagna la motocicletta? E motor, cioè il motore. Sì, per loro il motore è la motocicletta, quella per antonomasia. Un’altra cosa curiosa mi viene in mente parlando… I romagnoli dicono che si capisce quando uno lascia l’Emilia per entrare in Romagna perché in Emilia se ci si ferma a un casolare per chiedere da bere ti danno dell’acqua mentre se fai la stessa cosa in Romagna ti sanno del vino. In Romagna il vino lo chiamano e ber, cioè il bere per antonomasia».

Finora Guareschi non ha avuto molto dalla critica italiana, anche per motivazioni politiche. Secondo te vale la pena rileggere la sua opera per capire una certa epoca e un certo ambiente?

«Guarda… Ti dico due persone che hanno amato in maniera diversa Guareschi. Uno è stato Franco Bonvicini, Bonvi, che lo amava davvero forsennatamente. L’altro è Michele Serra. Come vedi due persone con punti di vista molto diversi. Poi c’è un professore di Bologna, Fabio Marri, che prende certi scrittori emiliani e li presenta ai suoi studenti; alcuni sono stranieri e non so cosa possano capirne. Ha fatto lezioni sul mio Vacca d’un cane, su Storie del bar e anche su Guareschi. Prende la lingua di Guareschi, per esempio, e la spiega. Marri insegna Storia della lingua italiana. Poi ho letto un interessante libro di Ivanna Rossi, proprio sul mondo di Guareschi. Inoltre qualche tempo fa, mi hanno chiesto, per una rivista di Bologna diretta dal professor Ezio Raimondi, se penso che ci sia un’emilianità di base tra gli scrittori della pianura. In effetti c’è davvero qualcosa: Pederiali, Tondelli, anche se non ho letto molto di lui, e poi i vecchi come Delfini a Modena…sì, qualcosa c’è. Ma è come quando si parla di cantautori. I giornali si sono inventati la scuola genovese, quella romana e poi la bolognese, la milanese, la napoletana… Ora, non c’è una vera e propria scuola come, che so, quella di poeti del Dolce Stil Novo che avevano in comune un’idea data da situazioni politiche e sociali precise. Però è chiaro che vivere in un certo ambiente in qualche modo ti influenza e quindi descrivi certi odori, descrivi certi colori e descrivi certi paesaggi che non possono che essere che quelli…».

A tale proposito un critico ha scritto che i racconti di Guareschi puzzano di salame e di lambrusco.

«Beh… ma non è mica un brutto puzzare! L’atmosfera è quella. Anch’io in Vacca d’un cane parlo di negozi di alimentari e del lambrusco: c’è un capitolo apposta, dedicato all’argomento. Quando in ottobre andavo a casa dei miei nonni carpigiani sentivo subito, appena entrato dal portone, un forte odore di vino: stavano svinando. Quando andavo dagli amici che imbottigliavano c’era l’atmosfera delle prime nebbie, dei moscerini che danzavano impazziti contro le lampade dalla luce fioca. Si affettavano ciccioli, salame e prosciutto, si faceva il cosiddetto gnocco fritto. Queste erano le cose caratteristiche. Ma sono cose che già un Claudio Lolli non ricorderebbe assolutamente perché è un cittadino nato negli anni Cinquanta. Queste sono cose proprie della generazione che ha vissuto il dopoguerra. Ora che ci penso un’altra cosa propria di Guareschi è l’uso della bicicletta. Da noi in Emilia era fondamentale perché ti permetteva di andare dappertutto. Tra Modena e Bologna ci sono 40 chilometri e per me era normale farli in bicicletta sia all’andata che al ritorno. La domenica la via Emilia era intasata dalle bici di chi andava a ballare in città».

Anche questo rapporto tra città e campagna è particolare.

«Sì ma per me la cosa è un po’ diversa. Il mio paese sta in montagna. Quando stavo a Modena si faceva ironia su quelli che venivano dalla campagna in città a ballare. Li chiamavamo Dakota come gli aeroplani da bombardamento americani proprio perché piombavano in città a nugoli. Poi a mezzanotte entrava nella balera uno che gridava “Oh, è la curera!” e in tre secondi la sala si vuotava perché i campagnoli tornavano in paese in corriera. Noi, scherzando, dicevamo che i campagnoli in ritirata lasciavano per strada animali di piccolo taglio e attrezzi agricolo…»

Giorgio Bocca quando ha saputo che hai scritto Vacca d’un cane si è indignato per il titolo. In un suo racconto Guareschi ironizzava su situazioni analoghe dicendo che c’è chi dice “mucca” anziché “vacca” perché il primo termine sembra più fine, più corretto. Invece a lui piaceva “vacca” perché lo sentiva più terragno, più suo.

«Anzitutto quel giornalista, come spesso accade, parlava di una cosa, il mio libro, che non conosceva perché non lo aveva letto. Poi c’era un cabarettista, Claudio Bisio, che aveva appena pubblicato Quella vacca di Nonna Papera. Quindi, di fronte a due titoli del genere, il giornalista in questione si è sentito disturbato. Ma bisogna conoscere le cose prima di parlarne, non ci si può fermare alle apparenze. Questo io l’ho scritto al giornalista e lui, questo va detto, ha riconosciuto il suo errore e mi ha fatto le sue scuse. Quindi per me la faccenda è chiusa». “La grotta della vipera” n.81, primavera 1998.

Guccini, Guareschi, salame e lambrusco.ultima modifica: 2007-01-02T18:05:00+01:00da robchef
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