Nemus, va in scena la balentìa

 

Un bandito tormentato da un passato che non vuol passare, in balia di sensi di colpa che non gli concedono tregua, eterne Erinni che mai si muteranno in Eumenidi. Un cortile di una qualsiasi casa di campagna sarda, una vita che scivola via tra paure e angosce, senza luogo e senza tempo, archetipo dell’esistenza di centomila uomini o forse di “Nemus”, nessuno. Si intitola proprio così, “Nemus”, l’atto unico che andrà in scena giovedì 25 agosto a monte Sirai. A proporlo sarà “Albeschida” la compagnia dei volontari del Centro di Salute Mentale, diretto dal dottor Antonio Cesare Gerini, primario di Psichiatria a Carbonia. Dopo i toni lievi di “Giulietta e Romeo”e la forza tragica de “Il sogno di Edipo”, portato in scena l’anno scorso anche a Trento e Roma, “Nemus” rappresenta per i ragazzi di “Albeschida” la nuova sfida col pubblico e con se stessi.

Si tratta della trasposizione teatrale di un antico racconto sardo, I tre fiori della felce maschio, che, mescolando italiano e “limba”, riporta sul palco tratti scenici e di costume della tradizione popolare isolana. L’azione, fin dall’inizio, si caratterizza per il suo andamento onirico e la dimensione corale della rappresentazione. Il tema schiettamente sardo della balentia, del senso dell’onore e del peccato, del significato della giustizia e del castigo, viene cadenzato secondo lo schema della tragedia classica, della quale vengono ripresi tutti gli elementi: dal prologo (interpretato dallo stesso Gerini) al coro (vero catalizzatore della trama), fino alla danza e al canto. Come del resto, forse in virtù del sogno nel quale il protagonista incontra le “care ombre” del passato (la fidanzata, i genitori, gli amici di paese) si avvertono echi del Calderon de La vita es sueno, battuta sulla quale, e non sarà un caso, si chiude il sipario.

A stupire è la ricercata perfezione della messinscena, in un’alternanza di recitativo e canto che tiene tutti gli attori sul palco ininterrottamente per un’ora, senza che mai si avverta una smagliatura.

«Non è semplice ottenere la pulizia dei movimenti, compiere coralmente certe azioni in un certo modo» spiega Angela Nocco, attrice di “Albeschida” e, ancor prima, educatrice del Centro di Salute mentale. «Il nostro gruppo è concepito come struttura aperta su base volontaria, della quale fanno parte i ragazzi e gli operatori, Esiste uno zoccolo duro di componenti ma con la possibilità di nuovi ingressi ad ogni rappresentazione».

D’altronde le capacità di aggregazione e di socializzazione offerte dal teatro sono uno strumento prezioso a fine terapeutico. «Il ricorso a gruppi teatrali in Psichiatria è in costante aumento per coinvolgere chi è escluso dalla partecipazione sociale» spiega il dottor Gerini. «Pensiamo a quanto sia importante disciplinare la gestualità e l’espressione corporea. Oppure riuscire a controllare le emozioni e riproporle agli altri. La difficoltà sta nel passare dalla teoria alla pratica». Un passaggio felicemente compiuto da “Albeschida” che all’arena fenicia di Sant’Antioco il 30 agosto replicherà “Nemus”, mentre il 5 settembre riproporrà “Il sogno di Edipo”. Poi, come ogni compagnia che si rispetti, preparerà lo spettacolo del prossimo anno: un musical sul mito apuleiano di Eros e Psiche. “Giornale di Sardegna”

Nemus, va in scena la balentìaultima modifica: 2007-04-17T13:25:00+02:00da robchef
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