Racconti morali di Maninchedda

 

Secondo una corrosiva battuta di Nietzche «Dio è morto soffocato dalla teologia», cioè dalle enciclopediche dispute di coloro che, interpretando la Sacra Scrittura, finiscono talvolta col perdere e col far perdere di vista il senso più genuino e pregnante della presenza divina nella vita degli uomini. Perché, in fondo, a ciascuno di noi, credenti o miscredenti che siamo, quel che più importa è sapere come e quanto Dio incida nella nostra quotidianità, visto che, come ha scritto Pascal, «per l’uomo è parimenti pericoloso conoscere Dio senza conoscere la propria miseria e conoscere la propria miseria senza conoscere Dio».

Proprio la citazione pascaliana viene utilizzata come epigrafe del volume Non toccate la gramigna che raccoglie i racconti di Paolo Maninchedda per le edizioni Condaghes. Il motivo di questa scelta si spiega col fatto che le sette storie hanno come tema proprio il rapporto col divino, riflesso nelle scelte, nelle attività e nei comportamenti che giornalmente l’uomo comune è indotto ad attuare.

Maninchedda, filologo e docente universitario, scrive le sue storie rifacendosi ad un genere narrativo ormai desueto qual è quello delle moralità medioevali. Si tratta pertanto di brevi storie che vogliono portare il lettore a riflettere su problemi etici e, per semplificare, sul sempiterno conflitto tra il Bene e il Male che segna le nostre esistenze. Nel riprendere quell’augusto filone, l’autore sceglie naturalmente ambientazioni moderne, costruisce le trame con grande equilibrio, muovendo in esse personaggi perfettamente consoni alle situazioni narrate.

Teatro delle vicende è sempre Cagliari con le strade del centro, le periferie di miseria e solitudine, le facoltà universitarie, il tribunale; quei luoghi, insomma, che, proprio perché noti a tutti, costituiscono riferimenti credibili nell’allestimento di una geografia umana indispensabile nel sollecitare con successo l’adesione emotiva di chi legge. Non è un dato da sottovalutare se si pone mente a quanto poco il capoluogo sia stato utilizzato come “scena” narrativa dagli scrittori sardi, di solito propensi a privilegiare la Sardegna dei paesi.

Maninchedda, attraverso un linguaggio semplice seppur ricco di riferimenti colti che spaziano dalla Bibbia ai testi delle letterature medioevali romanze, squaderna i quesiti che agitano le nostre coscienze. Lo strazio dell’uomo moderno che pretenderebbe di capire tutto e di vincere la propria inanità dinanzi a Dio è esemplificato, per esempio, nel bellissimo In saecula saeculorum da questa riflessione: «Dio non parla, Dio giudica. O forse no. Dio salva, ma cosa aspetta? Se vuole salvarci, perché pretende di giudicarci?». Presi come siamo dall’ossessiva ricerca di spiegazioni che sanno di razionalismo teologico (e Maninchedda chiosa: «Il razionalismo sta alla ragione come la polmonite sta ai polmoni») e che, alla fine, lasciano in noi più delusone che conforto, siamo costretti ad accettare il Male come valore indispensabile perché possa poi verificarsi la vittoria del Bene.

Ma proprio quest’ultima consapevolezza, che riassume il senso di Non toccate la gramigna, fa in modo che l’ansia di scorgere una Presenza e la paura di non riconoscerla, e il rischio di restare «uomini senza storia», si stemperino dinanzi alla dolcezza degli affetti umani (come nello struggente Esordio) e alla speranza, nitida nelle parole del conclusivo Abbà, che un giorno tutto sarà chiaro e riceveremo la grazia di capire che nessuno di noi, neanche il peggiore, «sarà stato uno spreco».

Racconti morali di Manincheddaultima modifica: 2007-05-01T13:05:00+02:00da robchef
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