Settimana Santa un itinerario dell’anima iglesiente

 

Non fosse altro che per l’antichità dei riti, cominciati nell’ultimo quarto del Seicento e perpetuati senza intervallo fino ai nostri giorni, è indubbio che per Iglesias la Settimana Santa rappresenti un patrimonio religioso, antropologico e culturale che non trova riscontri di uguale portata in nessuna delle altre manifestazioni locali. Si tratta di un evento che non solo è riuscito ad attraversare i secoli senza piegarsi alle mode imposte dal tempo ma, anzi, ha fatto della ripetitività e della ripetizione i suoi punti di forza. Un evento tanto più eccezionale in quanto totale appannaggio di un sodalizio privato e ristretto, l’Arciconfraternita del Santo Monte, e slegato quindi da sovvenzioni provenienti da enti pubblici, sponsor e tour operators. Tuttavia, accanto a quella cronologica, c’è un’altra ragione che incide fortemente sul successo di queste manifestazioni. ed è rintracciabile nel fatto che la Settimana santa rappresenta per gli iglesienti l’elemento che, più di ogni altro, riesce a definire meglio il senso di appartenenza alla comunità cittadina. Chi, almeno una volta nella vita, non ha assisitito alla processione del venerdì notte? Chi non ha indossato l’abito e il cappuccio da “baballotti” o fatto roteare una piccola raganella? Chi sarebbe in grado di spiegare compiutamente il senso del silenzio che avvolge il passaggio del Cristo morto tra le nostre strade? Chi potrebbe raccontare l’unicità della sera del giovedì quando, andando di chiesa in chiesa per la visita dei “Sepolcri”, si rivedono voci e visi perduti per un intero anno e che, come per miracolo, si ritrovano, e fino a notte tarda, sulla porta di San Domenico o sulla scalinata del Collegio, nella salita di San Giuseppe o sulla piazza della Madonna delle Grazie? Come descrivere l’emozione profonda che affiora difronte alle mille fiammelle che tremolano davanti agli altari coperti dai drappi, al trionfo del “nenniri” pazientemente curato durante la Quaresima, all’odore delle candele e dei fiori che pian piano prende il sopravvento su quello dell’incenso cosparso durante la messa “In coena Domini”? Rispondere a domande di questo tipo significa penetrare nel profondo il significato che la Settimana Santa ha per gli iglesienti, cercare di mettere insieme i tasselli di un “idem sentire” che appartiene all’inclito e al colto, al ricco e al povero, al credente e all’ateo, tutti accomunati (felicemente per una volta) dall’esser nati e cresciuti in questa città.

Significa insomma inoltrarsi in un “percorso dell’anima”, se così è lecito definirlo, che l’Arciconfraternita del Santo Monte ha proposto a fine marzo nell’oratorio di San Michele, dove i confratelli, in collaborazione con gli assessorati regionali e comunali al Turismo, hanno allestito un itinerario museale fatto e fitto di simulacri, strumenti, personaggi e fotografie inerenti la processioni. Illustrate da locandine didascaliche, in mostra c’erano “matraccas” e raganelle, decine e decine di “varitas” allineate come soldati sull’attenti (e come non pensare al magnifico colpo d’occhio che ogni anno offrono i “baballottis” che le impugnano, mentre, schierati in duplice fila, attendono composti l’ingresso dell’Addolorata in San Michele, al termine della processione?), il tamburo che, battendo il ritmo noto a tutti, accende da sempre il desiderio dei più piccoli che sognano di suonarlo… E poi le statue dei sette misteri della Passione, il piccolo angelo settecentesco che il martedì santo esce in processione nascosto tra le fronde dell’ulivo, il simulacro del Cristo morto, “Is Vessillas”, la lettiga e i fanali del venerdì, gli abiti dei personaggi che contraddistinguono la processione del Descenso (da “Is Varonis” a San Giovanni e la Maddalena). Nella sacrestia invece facevano bella mostra di loro l’abito da “baballotti” e, soprattutto, quello da confratello (“germano”), del quale è stato finalmente possibile ammirare tutte le componenti, nella loro candida e raffinata eleganza arricchita dal contrasto col nero dei guanti e dei fiocchi. Nelle sale attigue attendeva il visitatore ancora qualche chicca, dovuta al meritorio recupero delle antiche “Cartae gloriae” utilizzate in passato nella chiesa di San Michele e di alcuni quadri finalmente riesumati dall’oblio e dalla polvere. Tra le poche pecche, sicuramente colmabili in futuro, la totale assenza di documenti inerenti la Settimana santa (per esempio la carta che detta le norme e l’itinerario sulla processione dei Misteri a fine Seicento) e quella dei paramenti sacerdotali, specie quelli neri, così icastici, utilizzati fino a qualche anno fa nella processione del Descenso. Volendo essere pignolescamente “cattivi”, si potrebbe aggiungere che non avrebbe guastato una maggiore attenzione nella redazione di alcune didascalie sia sotto il profilo formale che sostanziale. Citiamo due esempi: il nome del più noto suonatore di tamburo, il leggendario “Liccheddu”, non è ignoto: si chiamava Emanuele Putzu. Quanto all’origine e al significato del termine “babballotti” è vero che nel sardo corrente indica un insetto. Ma, sulla scorta di Max Leopold Wagner, illustre linguista, va detto che tutte le voci sarde che derivano dalla radice di formazione infantile “bab” o “bob”, designano un fantasma, uno spauracchio. “Impiegata prima in questo senso, venne poi applicata a insetti che fanno paura ai bambini e poi a insetti in genere” scrive Wagner. E guardando l’abito di un “baballotti” (pensiamo al’assonanza con il vocabolo “bobotti”), sembra più logico e corretto pensare a un fantasma che fa paura ai bambini più che al mite “porcellino di Sant’Antonio”.

Tuttavia queste sfumature certamente non offuscano il valore di un’iniziativa che, tra gli altri meriti, ha quello di aver riproposto la questione di un museo permanente della Settimana santa di Iglesias. Tema complesso soprattutto per ragioni logistiche e alla quale si lega strettamente quello che concerne un’adeguata valorizzazione delle processioni sotto il profilo religioso, culturale e turistico. Processo attorno al quale la città nel suo insieme non è ancora stata capace di attivarsi in maniera virtuosa. E sarebbe interessante capirne i motivi. “Gazzetta del Sulcis”, 10 aprile 2006

Settimana Santa un itinerario dell’anima iglesienteultima modifica: 2007-05-15T14:45:00+02:00da robchef
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