Un dio rosso all’incrocio di otto strade

 

Pianta topografica alla mano, piazza Lamarmora contende alla vicinissima piazza Pichi il ruolo di cuore del centro storico di Iglesias. Lo spazio urbano dell’antica Villa di Chiesa era racchiuso grosso modo all’interno di un quadrato delimitato dalla cinta muraria. Il tessuto viario era estremamente articolato e caratterizzato da un punto focalizzante: l’odierna piazza Municipio, sagrato della cattedrale, che è, in definitiva, l’unica vera e propria piazza del nucleo antico. Tutte le altre, infatti, sono piazze sui generis, nel senso che si tratta più che altro di slarghi (come nei casi di piazza Pichi e piazza Fenza) o di quelle che sono definibili spiazzi “passanti” (piazze Canavera e Martini).

Quanto a piazza Lamarmora è abbastanza agevole notare come in realtà questo luogo sia il punto di confluenza di ben otto strade che conducono o alle antiche porte cittadine (come via Cagliari, via Martini, più nota come via Commercio, e la stessa via Canelles che immette alla zona di Sant’Antonio) o ai luoghi dove avevano sede le istituzioni religiose e politiche (come nel caso di via Sarcidano e di vico Meli). Via Cavour è ambivalente dato che, terminata la salita, può alternativamente condurre a Porta Sant’Antonio o a piazza Collegio (dove aveva sede il palazzo dei Donoratico), mentre il corso Matteotti (per tutti via Nuova) fino a metà Ottocento non si apriva verso l’esterno ma era chiusa dalle mura.1 Via Mercato Vecchio infine è la strada che sbocca in piazza Lamarmora, dopo aver intersecato via Corradino, e che muore in via Eleonora.2

Il fatto stesso che sia il risultato della confluenza di otto strade e non il risultato di un progetto urbanistico nato ad hoc, conferisce a piazza Lamarmora una forma irregolare. Si tratta dell’antica piazza Vecchia, già citata nel Breve di Villa di Chiesa. Lo storico Marco Tangheroni ne La città dell’argento, abbozzando un’ipotesi sulla topografia di Iglesias in epoca pisana, attribuisce questo toponimo a piazza Fenza, preferendo designare l’attuale piazza Lamarmora con piazza del Grano. Tuttavia è legittimo avere qualche dubbio sull’esattezza di tale ricostruzione. Lo stesso Tangheroni, d’altronde, si trincera dietro un prudentissimo condizionale, scrivendo che «(…) piazza Fenza potrebbe essere identificata con la piazza Vecchia in cui, appunto, sorgeva la fontana terminale dell’acquedotto di Bingiargia».3 Risulta appurato, peraltro, che le condotte dell’acqua provenienti dalle campagne extra moenia Sancti Antoni non mettevano capo a piazza Fenza ma proseguivano il loro percorso fino alla zona di via Condotto per poi scendere in piazza Lamarmora, dove, da sempre, è esistito un luogo di raccolta delle acque.4 Quanto a piazza del Grano, è più probabile che il toponimo sia da ricondurre a piazza Pichi, dove per lunghissimo tempo ebbe sede il Monte Granatico. Naturalmente anche questa è un’ipotesi, in mancanza di documenti che consentano di identificare senza dubbio la corrispondenza tra luoghi e toponimi, passibile di confutazione nel momento in cui affiorino prove di segno contrario. Sia come sia, in epoche successive piazza Lamarmora è stata quasi ininterrottamente identificata come piazza della Fontana o del Cisternone. Nel Settecento la presenza di una chiesa oggi scomparsa, intitolata a San Nicola, diede vita al toponimo piazza San Nicolò che restò in vigore fino alla seconda metà dell’Ottocento, quando venne adottata l’attuale intitolazione. Chi è dunque il personaggio che dà il nome alla piazza?

Alberto Ferrero, conte della Marmora, era un piemontese che nacque a Biella il 7 aprile 1789. Frequentato il collegio militare di Fontainebleu, si arruolò nell’esercito di Napoleone Bonaparte e, grazie al valore dimostrato in più di una battaglia, ricevette dalle mani dello stesso imperatore quella che ancor oggi è la massima onorificenza francese: la Croce della Legion d’onore. Dopo esser diventato capitano, fu fatto prigioniero a Lipsia nel 1814 e subì il trattamento riservato dal risorto Regno Sabaudo agli ufficiali napoleonici: fu degradato a luogotenente. Con abile mossa politica, però, durante i famosi “Cento giorni” di Napoleone, Lamarmora si schierò col Regno di Sardegna, mostrando tale valore in guerra da riottenere il grado di capitano. Nel 1819 arrivò per la prima volta in Sardegna e subito venne attratto dal desiderio di ricostruirne le vicende storiche. C’è da credere dunque che quando, nel 1821, fu confinato nell’Isola per essere rimasto coinvolto nei moti liberali, la cosa non lo abbia poi turbato più di tanto. Dal 1822, infatti, riprese i suoi studi sulla Sardegna, dedicandosi ad essi in modo quasi esclusivo. Viaggiò per i paesi e il suo zelo di conoscenza lo indusse perfino a pernottare con i banditi, riuscendo a conquistarsi anche la fiducia delle popolazioni barbaricine. Nel 1825 fu reintegrato nell’esercito e nei successivi quindici anni divenne prima colonnello e poi generale. Nel frattempo però mise a frutto i suoi studi sull’Isola pubblicando, nel 1845, la celebre Carta dell’Isola e del Regno di Sardegna. Nel 1849 fu nominato comandante generale dell’Isola e nel 1851, lasciato l’esercito, divenne senatore del Regno. Morì nel 1862 dopo aver dato alle stampe il suo Voyage en Sardigne, ancor oggi testo fondamentale per chi voglia studiare la storia sarda.5 Oltre alla piazza, Iglesias nel 1891 ha intitolato a un così illustre personaggio anche la Regia Scuola Tecnica divenuta poi, a seguito delle varie riforme dell’ordinamento scolastico, media inferiore.

Come abbiamo avuto modo di accennare, in passato nella piazza erano presenti strutture che oggi sono scomparse. In particolare i portici, la chiesa e la stessa fontana, ripristinata da neanche vent’anni.

I portici erano due. Oltre a quello di vico Meli, ne esisteva un altro dalla parte opposta della piazza, in via Mercato Vecchio. Era il portico Ollargiu, dal nome del canonico Antioco Ignazio Ollargiu Corbelly che abitava la casa soprastante nella seconda metà del Settecento.6 Si trattava di una struttura, il cui accesso aveva forma quadrata, che, assecondando l’andamento della strada, per un breve tratto si dipanava addirittura con un percorso curvilineo. Con l’avanzare della modernità quel portico, che metteva in comunicazione la piazza con le vie Corradino e Eleonora, cominciò a diventare un problema. Vuoi perché alcuni lo utilizzavano come magazzino o luogo di accumulo di rifiuti e il Comune era continuamente costretto a emanare ingiunzioni di sgombero che non sempre venivano sollecitamente eseguite. Vuoi perché la presenza, sotto il portico, di alcuni orinatoi pregiudicava l’igiene e la sicurezza del luogo. Per questo, nel dicembre 1872, il Consiglio discusse l’opportunità di chiudere la struttura al pubblico passaggio. Il problema, come detto, era quello del «grave detrimento» che il portico arrecava «alla pubblica igiene per esservi determinato un fomite perenne di insalubrità coi pisciatoj stati ivi collocati». E mentre alcuni, tra i quali spiccava il cavalier Sechi Congiu, facevano notare come «il Consiglio possa trar qualche profitto da quel locale la cui apertura poco giovamento può portare pel transito degli abitanti della via Corradino adiacente», altri sostenevano la tesi opposta. Non solo quel passaggio era utile alla cittadinanza ma, chiudendolo, la sicurezza pubblica non sarebbe stata maggiore in quanto il portico avrebbe comunque costituito «un fomite permanente di malsania ove non venga destinata una guardia ad impedire che nell’imboccatura del medesimo si vada a deporre delle immondezze».7 Non se ne fece nulla. Il Consiglio bocciò la proposta di chiusura del portico con cinque voti contrari e quattro a favore. Ma il destino della struttura, benché rimandato, era comunque segnato. Nel giugno del 1922 la Giunta comunale invitò l’ufficio tecnico a presentare un preventivo di spesa per la demolizione del portico e per il contestuale esproprio del fabbricato soprastante. Non dimenticando di sollecitare allo stesso ufficio il preventivo «per riattare l’orinatoio esistente sotto tale portico e per collocarvi una lampadina elettrica qualora non debba demolirsi il fabbricato».8 Se l’imperatore romano Vespasiano seppe conciliare i bisogni fisiologici della popolazione e quelli della pubblica cassa, e per questo non esitò a mettere una tassa sugli orinatoi affermando che «pecunia non olet», in città, già da allora, la rapidità nelle decisioni non era una peculiarità degli amministratori. Così il duplice problema di affrontare le spese di demolizione e d’esproprio e di sistemare l’orinatoio pubblico si trascinò ancora qualche anno. Ma alla fine, nell’aprile del 1928, l’amministrazione deliberò lo spostamento del «portico che mette in comunicazione il vico Mercato Vecchio e la via Cagliari a seguito della richiesta della ditta Leo Antonio fu Emanuele per la costruzione di un locale per teatro e cinema».9 Questa volta le cose vennero fatte, ma soltanto a metà. Il portico, infatti, fu abbattuto e ricostruito, con dimensioni differenti, in via Cagliari, dove furono sistemati proprio i bagni pubblici. Ma in quella che è l’attuale piazzetta delle poste la ditta Leo non costruì il teatro. Quest’ultimo fu realizzato l’anno dopo, con ardite soluzioni architettoniche, in piazza Pichi al posto dei locali che, fino ad allora, avevano ospitato il Circolo di Lettura.

L’altro portico invece esiste ancora ed è intitolato a Domenico Meli, sacerdote e canonico, nonché Vicario generale della diocesi nel primo ventennio del Seicento.10 Il motivo di tale intitolazione è sempre lo stesso: Meli abitava in questa strada. Il portico però è noto come su proci de Nobilioni, dal nome della famiglia proprietaria del palazzo che lo sovrasta e che si affaccia sulla piazza. Angelo Nobilioni, ligure di Savona, classe 1817, arrivò ad Iglesias nel 1838 in qualità di Regio impiegato. Sposatosi con una ragazza di Iglesias, Anna Atzeni, qui visse per tutta la vita, distinguendosi nel campo imprenditoriale e in particolare nel settore delle ricerche minerarie. Ottenne la concessione di coltivare numerose miniere, da San Giorgio a Terras Collu, ma ricoprì anche incarichi pubblici. Fu titolare delle Regie poste e capitano della Milizia Nazionale. Fu anche consigliere comunale dal 1853 al 1869 e vice sindaco nel 1857. Il 29 febbraio 1868 il Consiglio lo designò sindaco al posto dell’appena deceduto Efisio Perpignano. Ma Nobilioni non accettò l’incarico. Fu inoltre componente della Deputazione provinciale fino a quando questa, nel 1859, non venne abolita. Morì il 25 gennaio 1870 a Cagliari ma fu poi sepolto nel cimitero di Iglesias.11 Il portico Meli, più volte ristrutturato nel corso dei secoli attraverso opere definite «di impietramento e intonacatura» è tuttora parte integrante del palazzo che lo sovrasta, appartenuto oltre che al canonico, alla famiglia Olla Nobilioni e, durante il Novecento, a Italo Ragazzola. Anche sotto questo portico l’aria che si respirava non doveva essere delle migliori. Nel 1881, infatti, l’amministrazione decise «per considerazioni di igiene e pubblica moralità (…) la soppressione del pisciatoio del portico Nobilioni (…) e lo stabilimento nel medesimo di un fanale che illumini quel passaggio molto frequentato nell’interesse della sicurezza personale». 12

In piazza Lamarmora sorgeva anche la chiesa di San Nicolò, che godeva di titolo canonicale. La posizione che occupava è desumibile dalla pianta topografica di Iglesias redatta da Gaetano Cima nel 1838 dove la chiesa è indicata col numero 14. Sorgeva nel punto dove ora si trova il fabbricato all’angolo tra la piazza e la via Cagliari. Dell’edificio non si sa praticamente nulla riguardo allo stile architettonico se non che era dotato di un campanile, presumibilmente a vela come quello della chiesa di San Domenico, e di una sacristia.13

La chiesa fu anche sede ed oratorio della Confraternita delle Benedette Anime del Purgatorio prima che, in via Azuni, fosse costruita quella che attualmente conserva questa intitolazione. La Confraternita era stata eretta nel 1713, con un atto rogato dal notaio Ignazio Pileddu, nella chiesa di San Francesco, in una cappella dedicata alle Benedette Anime del Purgatorio, ove i Confratelli godevano anche dello jus sepelliendi (diritto di sepoltura).14 I confratelli dovevano indossare una tunica talare, lunga fino ai piedi, di tela rossa, con cappuccio e visiera della stessa tela, simile a quella della Confraternita della Santissima Trinità dei Pellegrini di Roma. Forse a causa di contrasti con i Conventuali, nel 1731 la sede della Confraternita fu spostata nella chiesa di San Nicolò e, successivamente, per contrasti col sacerdote Nicolas Apostoly15 rettore della chiesa, fu ulteriormente spostata presso la sede della Confraternita del Santissimo Sacramento nell’odierno vico Duomo. Infine i Confratelli, nel 1759, acquistarono una casa d’abitazione da Salvador Manis, muratore, curatore dell’eredità della suocera Anna Maria Frau, trasformandola in oratorio: l’attuale chiesa delle Anime.

La chiesa di San Nicolò comunque fu officiata fino alla metà dell’Ottocento e, come tutti gli altri edifici di culto cittadini, fu anche luogo di sepoltura fino a quando non fu costruito il camposanto. Con atto notarile del 4 maggio 1855, il vescovo Giovanni Battista Montixi vendette la chiesa, ormai sconsacrata, a un certo Antonio Silvetti. Questi la utilizzò come magazzino della locanda di sua proprietà che si apriva proprio su piazza San Nicolò.16 Ma nel giro di neppure un anno lo stabile fu ceduto ad Angelo Nobilioni, con atto del 20 febbraio 1856.17 Passò ancora qualche anno e l’idea di demolire la «profanata chiesa» si fece sempre più manifesta. Nel 1863 il Consiglio discusse, infatti, su come «terminare la pratica del taglio» dell’edificio. L’abbattimento avvenne entro la fine dell’anno e con manifesto del marzo 1864, a firma del sindaco Melis Leo, fu indetta l’asta per la vendita delle tegole risultanti dalla demolizione della profanata chiesa. Non mancarono gli strascichi giudiziari perché il crollo causò danni alle case attigue e i proprietari di queste vollero rivalersi sul Comune. Fu questo il caso di Antioco Angius, risarcito dall’amministrazione che riconobbe di avere nei suoi confronti «debito di giustizia» con il conseguente onere di provvedere alle «necessarie riparazioni». O del farmacista Antonio Nurchis la casa del quale, all’imbocco di via Nuova, era contigua alla chiesa di San Nicolò.18

La principale peculiarità di piazza Lamarmora era comunque costituita dalla fontana de Su Maimoni (vedi la foto). Non tanto in virtù della sua bellezza quanto per il fatto che fosse l’unica funtana che ad Iglesias avesse qualche pregio dal punto di vista architettonico. Consultando qualche vecchia carta topografica che ne riporti l’ubicazione o stando ad ascoltare i racconti dei vecchi iglesienti, si potrebbe pensare che la città un tempo pullulasse di fontane. L’equivoco ha origine dal fatto che quel che si intende in italiano con la parola fontana, ossia una costruzione per lo più di carattere ornamentale destinata a regolare l’efflusso d’acqua proveniente da sorgente o acquedotto, è cosa differente da ciò che significa il vocabolo sardo funtana. Termine, quest’ultimo, che indica, come si legge nel Vocabolario del canonico Giovanni Spano, una sorgente o meglio ancora un pozzo. Non a caso esiste un’espressione sarda, «A forza de calai a funtana sa marighedda si segara», che fa esplicito riferimento al rischio al quale va incontro la brocca allorché viene continuamente calata nella profondità sotterranea (fatto salvo, ovviamente, l’ulteriore significato simbolico del proverbio). Va tenuto conto pertanto che con funtana s’intende qualcosa di diverso da fontana. Is funtanas erano in realtà pozzi verticali, cavità artificiali in fondo alle quali si raccoglievano le acque delle falde sotterranee a loro volta alimentate, tramite un lungo ciclo, dagli apporti atmosferici che imbibiscono il terreno. Questi pozzi non sono artesiani, perché non c’è pressione né zampillio d’acqua, bensì freatici (dal greco Phrèar phrèatos che significa appunto “pozzo”). Nella piana del Cixerri questo tipo di funtana è assai diffuso; in passato era molto comune l’immagine dell’asinello che girava attorno al pozzo per portar su la noria. Anche ad Iglesias c’era un numero di questi pozzi, alcuni pubblici altri privati. Servivano, tra le altre cose, ad approvvigionare le abitazioni che in quei tempi, non disponevano dell’acqua corrente.

Quasi al centro di piazza Lamarmora c’era, da sempre, il pozzo. La fontana, invece, era di stile settecentesco, con una grande vera, dalla quale si staccavano quattro pilastri che, oltre ad essere sormontati da altrettante sfere, sorreggevano due archi incrociantisi tra loro. Tutt’intorno c’erano dei gradini dall’alzata ragionevole che permettevano alla gente di appressarsi ed attingere tranquillamente l’acqua. Al di sopra dei due archi, proprio sul punto d’intersezione, troneggiava un gruppo scultoreo raffigurante un giovane che, in posizione di dominio, agguantava, con la mano destra, una bestia.

In un bell’articolo comparso una quindicina di anni fa sulla “Gazzetta del Sulcis”, l’ingegner Tore Murgia sostenne che la bestia fosse identificabile con un delfino ed aggiunse che gli antichi iglesienti vedevano nelle squame dell’animale le monete coniate dalla zecca cittadina. 19 Pare peraltro difficile accettare quest’ipotesi tanto più che il delfino è notoriamente privo di squame: potrebbe invece trattarsi di un grifone o di una chimera. È questa la scultura che viene denominata Maimoni. Parola, scriveva sempre l’ingegner Murgia, d’origine semitica che significherebbe acqua. Max Leopold Wagner, illustre studioso della lingua sarda, nel suo Dizionario etimologico, traduce il termine Maimone con “spauracchio” e spiega che in origine esso indicava una scimmia, passando in seguito a definire una bestia immaginaria. Alla stessa radice, aggiunge Wagner, fanno capo il termine mamuthone, che indica la maschera di legno usata durante il carnevale a Mamoiada, e una serie di altre voci simili, diffuse nel bacino del Mediterraneo (provenzale, biscaglino, catalano, calabrese, napoletano) tutte col significato di “fantasma, spauracchio per i bambini”.20 Nel tempo la voce fu usato anche per indicare una persona sciocca, poco acuta, docile e quindi facilmente raggirabile: da qui la locuzione di “gatto mammone”, assai diffusa. Sempre Wagner attesta l’esistenza dell’espressione campidanese Maimoni de issala riferita al candeliere e, in particolare, alla foggia della sua estremità superiore. Secondo il linguista l’uso del termine in questa accezione sarebbe simile a quella dell’antico linguaggio nautico italiano dove maimone indica il “bittone ricurvo”, ossia le teste di bitta (le strutture sporgenti che nei porti servono a fissare gli ormeggi delle navi) foggiate a forma di scimmia. Altri studiosi sostengono, invece che Maimone sia un’antica divinità della pioggia di origine protosarda, reinterpretata poi dai Fenici. La radice Maim’o, infatti, in fenicio significa acqua mentre in ebraico indica un demone, un mostro e la brama di denaro.21

Sul Maimoni è stato scritto molto. Raffigurazioni simili sono presenti anche in altre zone della Sardegna e sono sempre collegate al culto delle acque o a cerimonie propiziatorie per debellare la piaga della siccità. In alcuni paesi Maimoni è un fascio di stecchi o arbusti secchi che viene portato in giro, agitandolo verso il cielo, per invocare la pioggia, non senza l’aggiunta di qualche frastimu. Il professor Giovanni Lilliu scrive ne La civiltà dei Sardi che Maimone era un essere demoniaco invocato come “facitore di pioggia” a Cagliari ed a Ghilarza mentre ad Iglesias era lo spirito di un pozzo: quello appunto di piazza Lamarmora.22

Il gruppo scultoreo pare fosse originariamente di colore rossiccio. Attorno alla presunta potenza di questa sorta di divinità circolavano in passato tante leggende popolari, molte delle quali riportate da una scrittrice iglesiente, Grazia Serra Sanna, in un bel romanzo intitolato non a caso I sudditi del dio rosso.23 Dio rosso che riassume in sé mille leggende, riconducibili ad un sincretismo cristiano – pagano che è plausibile avesse larga diffusione in una società agro pastorale come quella raccontata nel romanzo. Simbolo di dileggio e offesa, di sventura e maledizione, di malizia e di ambiguità. Dicerie che Grazia Sanna aveva raccolto dai racconti degli anziani iglesienti per riproporle sulla pagina, fissandone la testimonianza a futura memoria:

 

Mamone, per tutti quelli di Villa di Chiesa, era il dio della beffa: era conquista e terrore, odio e carnalità, schiavitù e liberazione. Voleva dire anche trionfo, sconfitta e derisione, si prestava a tutto. Situato in alto come un idolo, dominava come un dio; come un dio comandava (…) Nel suo volto singolare si scorgeva poco di umano. Alla base del naso corto e troppo largo si aprivano due narici da scimmia, grandi, tanto spalancate, che pareva quasi di vederne le pinne palpitare, e sotto il naso si allargava una bocca vasta e dai contorni rilevati come se il disegno ne fosse stato rafforzato e circondato con un grosso cordone carnoso. (…) Aveva occhi globosi e ravvicinati, dalla sclera liscia (…), le gambe corte, dalle ginocchia tozze e nerborute (…) In quella figura di granito rosso c’era qualcosa di non finito, come se la mano che l’aveva sbozzata si fosse fermata a metà dell’opera, impaurita dall’entità misteriosa che aveva sentito vivere nella pietra. (…) La figura, per il suo abbigliamento, poteva anche essere quella di un saraceno, ché era ricoperta dal tipico mantello dei guerrieri mori, ed era anche verosimile che fosse quella di un re giacché la sua testa era cinta da una corona incrociata alla sommità, ma era tozza., piccola e storpia come quella di un giullare e pareva essere scolpita solo per dileggio. 24

 

Per i bambini voleva dire paura, ammonimento oppure minaccia. Per i brutti era speso dileggio e per le gravide l’orrido da non guardare e la maggior parte di queste, fin dal terzo mese di gravidanza, gli passava accanto solo per attingere alla fontana senza mai guardarlo, ma con la mano libera dalla brocca infilata sotto il grembiule a tracciare innumerevoli segni di croce in mezzo al ventre duro.25


Esisteva, tra l’altro, un detto popolare iglesiente, “Leggiu comenti su Maimoni ‘e prazza”, che fa pensare (come del resto scrive anche la Sanna) che Maimoni sia la bestia dallo sgradevole sembiante piuttosto che il giovane, il quale brutto non è.

Di Maimoni scrisse su un vecchio numero di “Argentaria” anche Francesco Alziator ipotizzando un’affinità tra Maimone e le statue parlanti di Roma come Pasquino e Marforio, e sostenendo che ovunque la fantasia popolare tende ad affibbiare nomi e valenze particolari a statue e busti di origine incerta. Lo studioso si soffermava anche sui vari significati che il termine Maimoni assume nelle varie zone della Sardegna (peraltro tutti più o meno riconducibili a quelli già segnalati da Wagner).26 L’articolo di Alziator era corredato da una vecchia foto della fontana caratterizzata dalla presenza di donne e giovani che si accingono ad attingere l’acqua muniti di brocche delle più svariate dimensioni. Una foto preziosa perché consente di cogliere con efficacia come quella odierna sia, per dimensioni e per posizione, una fontana differente da quella originale. La fontana antica, costruita per reali esigenze di approvvigionamento idrico e non per meri fini ornamentali, aveva la vera più ampia e i pilastri che sorreggevano gli archi poggiavano direttamente sul piano dei gradini. E, come abbiamo già sottolineato, questi ultimi avevano dimensioni tali da consentire effettivamente alla gente di attingere l’acqua. Come ab antiquo la fontana veniva alimentata dall’acqua proveniente da Bingiargia che, scorrendo nei tubi, arrivava nella «vasca limitrofa al Collegio ex Gesuitico» e da qui «al Cisternone». E quando capitava che le piogge fossero particolarmente copiose, «fango e piccole arene»27 intasavano le tubazioni impedendo il normale deflusso dal monte al piano: dove il monte era costituto da via Condotto e il piano da piazza Lamarmora.

Nel giugno del 1853 l’amministrazione decise di acquistare quattro pile di pietra arenosa per collocarle attorno alla fontana. Nelle intenzioni della Giunta sarebbero servite ad «impedire il versamento delle acque nella piazza».28 Le pile, alte un metro e dieci centimetri, larghe e profonde cinquanta centimetri, furono costruite, al prezzo di 15 lire ciascuna, dallo scalpellino Francesco Berganti. Ma ebbero vita breve. L’anno successivo il notaio Fedele Leo Marcello, consigliere comunale, chiese che fossero ritirate e vendute ai privati. Secondo il notaio esse «somministrarono occasione a molti abusi, giacché l’acqua che dentro le medesime rimane serve a non pochi per lavarsi non solo le mani e la faccia, ma sovente anche i piedi, per tacere degli altri più schifosi abusi che si asseriva egli testimonio oculare, per cui venivasi a formare una specie di melma nel fondo di esse pile che, nei giorni calorosi, mandava delle esalazioni poco grate».29 La proposta fu approvata, dopo accese discussioni, e sotto la condizione che fosse costruita una canaletta sotterranea che facesse defluire le acque stagnanti in un canale di spurgo. In tal modo si sarebbe evitato ogni percolo per l’igiene pubblica.

L’uso quotidiano da parte della popolazione, specie in anni che risultavano «molto siccitosi ed anche quello attuale non promette che siccità», comportava continui danneggiamenti alle fontane cittadine che, tra l’altro, di quando in quando diventavano, come purtroppo succede anche oggi, ricettacolo di rifiuti e sporcizia. Dalle carte apprendiamo infatti che le fonti spesso erano piene «di vasure e d’immondezze e senza parapetti a segno che bisognano di riparazioni e di pulitezza».30

Il problema della pulizia della fontana e della piazza rimase sempre all’ordine del giorno tanto è vero che, cinque anni dopo, l’amministrazione, «rilevando in questo ergastolo un competente numero di forzati per uso delle miniere e di altri oggetti», chiese che «due volte la settimana due forzati possano essere addetti per la pulizia delle pubbliche piazze, in particolare quella del Monte Granatico, del Cisternone e di altre simili».31 E che l’usura del tempo e l’uso quotidiano da parte degli iglesienti che vi attingevano l’acqua provocassero danni alla fontana lo dimostra il fatto che nell’aprile 1863 il Consiglio comunale affidò agli ingegneri Guelfo e Corte il compito di redigere un progetto «della nuova forma che potrebbe darsi al prospetto del Cisternone di piazza San Nicolò nel caso avesse a demolirsi l’arcata del medesimo e la gradinata, e dovesse quindi ripararsi il parapetto, e di formare in pari tempo il calcolo delle spese occorrenti».32

La necessità di demolire la fontana cominciò a diventare sempre più impellente e a sostenerla furono soprattutto i commercianti degli empori, dei fondaci e dei magazzini della zona; in effetti per loro era poco agevole transitare per la piazza con i carri che dovevano rifornire la varie rivendite. A capo di questa sorta di comitato promotore dello smantellamento si pose proprio Angelo Nobilioni, il notabile che abitava nel palazzo che si affacciava sulla piazza e, di conseguenza, sulla fontana. Nel dicembre del 1864, prendendo la parola in Consiglio comunale, Nobilioni si dichiarava pronto a cedere al Comune tutti gli utili che gli spettavano «per le somme al Municipio mutuate» a condizione che quei denari venissero impiegati nella «riforma del cisternone della piazza San Nicolò con un disegno elegante».33 Il progetto prevedeva anche il rifacimento del selciato della piazza34 e che «la statua sovrastante al fabbricato del cisternone, quando questo verrà demolito, venisse, a parità di prezzo, ceduto al medesimo». Chiamato ad esprimersi con voto palese, il Consiglio deliberò all’unanimità di utilizzare gli utili ceduti da Nobilioni per eseguire le «opere dallo stesso cedente indicate ed a lui (…) esibiva fin d’ora la statua in discorso».35 Nonostante tutti i buoni propositi e le lodi per le generosità del «benemerito Nobilioni», ancora una volta si andò per le lunghe. Così nel 1870 il Consiglio affrontò nuovamente la questione che le precedenti amministrazioni avevano continuamente rinviato. Si discusse il provvedimento, decidendo di buttare giù dal trono Maimone, di ridurre la cisterna a deposito d’acqua per i casi di necessità e di diramare i tubi dell’acqua verso gli angoli della piazza dove sarebbero stati collocati appositi rubinetti.36

Trascorsero altri due anni e, nel 187237, la fontana fu infine smantellata. Nel giugno di quell’anno il Consiglio chiese al Sottoprefetto di discutere in sessione straordinaria «l’approvazione e il capitolato d’appalto del progetto del lastrico della via Nuova e piazza Lamarmora e demolizione della fontana pubblica in detta piazza esistente».38 Le cose promettevano di trascinarsi ancora ma c’era chi premeva perché l’iter dell’abbattimento fosse rapido. Il Consiglio votò dieci giorni dopo la delibera di demolizione e la contestuale «sostituzione di tre fontanelle nei siti laterali che si crederanno convenienti».39 Ad ottobre dello stesso anno fu interessato della questione il Prefetto al quale il delegato straordinario Frau scriveva in questi termini: «Avendo alcuni cittadini instato per l’esecuzione della deliberazione consiliare 11 ultimo scorso giugno relativa all’abbattimento del cisternone della piazza Lamarmora, il sottoscritto si pregia anzitutto di trasmettere alla S. V. per la vidimazione l’anzidetto ordinato del consiglio, dopo di che passerà all’esecuzione appena il ritorno delle acque piovane potrà far sentir meno agli abitanti il bisogno dell’uso dell’acque che trovasi attualmente in quel cisternone».40 È chiaro quindi che la demolizione della fontana non fosse per nulla gradita alla cittadinanza. Tanto è vero che si decideva di rimandarne l’esecuzione fino a quando non fosse cominciato a piovere. Quasi si confidasse nell’aiuto del Cielo per risolvere una duplice grana: avere acqua in abbondanza e spegnere gli spiriti bollenti di tanta gente che non vedeva di buon occhio lo smantellamento della fontana.

Quando, infatti, alla fine del 1872, quest’ultimo fu attuato, la popolazione insorse ed i commercianti degli spacci di vino pare (vox populi) dovettero distribuire cibo e bevande per ammansire la turba inferocita. Non solo. Ci si impegnò a sostituire la fontana con una serie di rubinetti (griffoneddus) dislocati in vari punti della città: ben tre proprio in piazza Lamarmora; uno in piazza Collegio, a fianco della porta della chiesa della Purissima; poi in via Cagliari, in via degli Orti ed in piazza della Madonna delle Grazie (prazza ‘e is mongias). Nel punto in cui sorgeva la fontana fu sistemata una portina in ferro perché coprisse la cisterna che doveva rimanere fruibile in caso di bisogno.41 Con la spesa di 33448, 99 lire la piazza e via Nuova vennero rifatte. Furono usate, come burocraticamente precisa il capitolato d’appalto, lastre di granito di Siliqua, ciottoli di Carloforte e sabbia di Morimenta. La demolizione della fontana, in ogni modo, non fu presa bene. Nel gennaio 1873 si fece istanza al Sottoprefetto perché le guardie di pubblica sicurezza sorvegliassero la piazza poiché «già parecchie volte, per parte di facinorosi, vengono rotti i becchi delle pubbliche fontanelle». Ma gli atti vandalici non cessarono tanto che, in luglio, un’analoga richiesta fu inoltrata ai Reali carabinieri perché collaborassero con la Guardia civica «specialmente nelle ore notturne nelle quali d’ordinario sogliono accadere i guasti (…) che vengono arrecati ai rubinetti delle fontanelle site in piazza Lamarmora».42

Il gruppo scultoreo in pietra raffigurante il giovane e la bestia non venne comunque demolito. Tra musiche e balli venne dapprima portato, come stabilito nel 1864, nella vicina casa Nobilioni; poi fu trasportato fuori città, in un giardino di proprietà della stessa famiglia Nobilioni. Terreno che, negli anni Venti, era in affittanza ad un siciliano, don Mario Avaro. Questi conduceva in affitto anche i terreni della famiglia Perpignano a Monte Altari e tutti quelli alla sinistra del viale che portava al cimitero. L’area che ospitò per quasi un secolo Su Maimoni è in regione Sant’Antonio; venne costruita un’apposita vasca nella quale fu sistemata la statua. Quel terreno passò poi ad un certo Floris, soprannominato Su Milesu perché originario di Milis.

A fine Ottocento le pessime condizioni del pozzo di piazza Lamarmora indussero la giunta a discutere l’opportunità di ricostruire la fontana in pietra o in marmo. L’amministrazione chiese anche un preventivo ma, tanto per cambiare, non si arrivò a nulla di concreto. 43

Per un lungo periodo molti non seppero che fine avesse fatto la statua. Il ricordo stingeva e a tenerlo vivo stentavano le foto appese torno torno alle pareti del caffè della piazza. Lo stesso Alziator, come detto, chiese pubblicamente più volte dove fosse finito il gruppo scultoreo. Maimoni era sempre là, nel famoso giardino, dove, purtroppo, qualche sconsiderato decapitò la figura del giovane. Quando nel 1990 l’amministrazione comunale decise di ripristinare la fontana, fu necessario sottoporre il gruppo scultoreo ad un restauro. L’inaugurazione della fontana “rediviva” avvenne il 22 dicembre 1991, sindaco il dottor Bruno Pissard.

Ma piazza Lamarmora, in virtù della sua centralità, è sempre stata anche luogo di commercio e di vita sociale. Vero crocevia della vita cittadina, approdo naturale delle “vasche” che generazioni di iglesienti hanno compiuto a passeggio lungo via Nuova, in una sorta di moto perpetuo che, principiando sotto l’austero sguardo di Quintino Sella, attraversava tutto il corso e si concludeva davanti all’antica offelleria, salvo ricominciare in direzione opposta. Cento, duecento metri di cammino, lungo i quali sono nati amori e amicizie, sono state siglate alleanze politiche e stipulati affari, hanno consumato la suole delle scarpe padri, figli e nipoti, attori inconsapevoli della commedia umana di casa nostra. Solo per citare due circostanze che hanno piazza Lamarmora quale teatro privilegiato basta ricordare che ancora oggi, la mattina di Pasqua, qui si attende il passaggio della processione col Cristo Risorto e la Vergine per infilare i caratteristici coccois nelle stanghe delle piane sulle quali sono rizzati i due simulacri. E qui, una volta al mese, il sabato ha luogo una sorta di mercatino dell’usato che dà colore a giornate prefestive spesso un po’ scialbe.

Non si finirebbe di contare le attività commerciali che, nel corso dei decenni, hanno animato la piazza. Botteghe d’alimentari e barberie, farmacie e drogherie, bazar e gioiellerie, caffè e locande, edicole e negozi di tessuti. Per la maggior parte esse sono scomparse ma vale la pena rammentarne alcune che, ai nostri occhi di consumatori ormai avvezzi ai centro commerciali se non addirittura al commercio on line, possono apparire originali. Va ricordato innanzi tutto che, ancora in pieno Ottocento, la piazza fu sede del mercato all’aperto della carne, e ciò in virtù della vicinanza con la beccheria di via Canelles. Una sede alquanto infelice nei mesi estivi per il gran numero di insetti che siffatta attività richiamava e che indusse gli amministratori a intervenire spostando altrove la beccheria. «La maggior parte dei beccaj avendo stanziato le loro botteghe per la vendita della carne nella pubblica piazza del Cisternone, la più frequentata del paese, dove appunto si trattengono a conversare le persone civilizzate e dove si sono stabiliti i migliori caffè del paese, l’avevano resa mostruosa, puzzolente e molesta per la moltitudine degl’insetti, i quali nella stagione estiva obbligarono a vivere a porte e finestre chiuse gli abitanti di questa contrada».44 In quegli anni inoltre erano ancora numerose in piazza Lamarmora sia le pubbliche locande che le osterie, i cosiddetti magasinusu de su binu, dove oltre ad acquistare il vino era possibile anche mangiare qualcosa tra un bicchiere e l’altro. Tra le prime possiamo annoverare quelle di Paolo Vacatello, Antonio Silvetti e Giovanni Durando, i cui cognomi tradiscono un’origine non sarda. Tra le seconde quella di Salvatore Defraia, Antonio Nurchis e Leone Monteleone, proprietari di locali dove era anche permesso «il giuoco di carte non proibiti»45. C’erano anche esercizi commerciali più simili a quelli odierni come quello di Giuseppe Zanetta, mercante di stoffe, e di Luigi Piretti che, con licenza datata 23 giugno 1873, conduceva il caffè della piazza.46

Insieme alla gioielleria, il caffè è l’altra attività commerciale che, dal passato, è giunta fino ai nostri giorni. Sorge nel bel palazzotto (vedi la foto) che, nel corso degli anni, ha subito vari rimaneggiamenti (ad inizio del Novecento aveva addirittura un balcone che tornava molto utile in occasione di comizi politici). La caratteristica dello stabile è di essere completamente tappezzato dalle pitture murali pubblicitarie: i vecchietti del Cacao Talmone, l’aquila del Fernet Branca, la bottiglia dell’Amaro Ramazzotti e tante altre bellissime immagini per lungo tempo rimaste in balia del tempo che le aveva rese di difficile decifrazione. La Fidapa, alla fine degli anni Settanta, aveva cercato di porvi rimedio coinvolgendo la Società “Monteponi”, pittori locali come Desogus, Cherchi, Barranca, Laudadio e le stesse ditte reclamizzate. Ma la cosa non andò in porto.47 Finalmente, con opera meritoria, l’attuale proprietario, il dottor Giampiero Pinna, ha riportato alla luce le pitture nel maggio del 2004, ridando decoro non soltanto al palazzo ma a tutta la piazza.

Gli affreschi pubblicitari sono figli di un gusto che matura ad inizio del Novecento. Iglesias, allora capitale del bacino minerario, è crocevia di imprenditori e maestranze che arrivano d’oltralpe. Il ciclo pittorico pubblicitario e i decori liberty del palazzotto si devono a questi contatti: un esempio di come l’influenza esterna abbia spesso giovato alla cultura locale. Tuttavia, in città i caffè non hanno mai avuto quel ruolo di cenacolo culturale e intellettuale che spesso hanno ricoperto altrove. Erano invece un centro di vita sociale importante, luogo di ritrovo tra amici e meta obbligata per le famiglie borghesi che, la domenica mattina, si disputavano i tavolini all’aperto per sorbire una bibita. Nei primi decenni del Novecento il caffè si chiamava Offelleria svizzera Robbi – Lanicca. Il termine offelleria serve ad indicare il luogo in cui si vende l’offella, una pasta dolce tipica della zona che abbraccia il Piemonte, la Lombardia ed il Canton Ticino. Etimologicamente offella altro non è che il diminutivo della voce latina offa; nell’Eneide la Sibilla Cumana se ne serve per placare l’enorme Cerbero affamato: «melle soporatam et medicatis frugibus offam /obicit». Molti degli offellieri provenivano dalla Svizzera italiana come il Clavuot di quell’Offelleria svizzera che a Cagliari era nota come sa caffetteria de Carvotte. L’offelleria passò poi ad un certo Frau, quindi ai Muller e ai Littarru. All’interno la grande gabbia di cristallo custodiva paste d’ogni qualità, gli scaffali con i vasi di vetro per caramelle, cioccolati e rock – drop , il buon odore del caffè; tutto concorreva a farne un punto di piacevole ritrovo.48

Negozi particolari, nella prima metà del Novecento, sono stati quelli di Arthemalle Filadelfo, il barbiere della piazza, e dei fratelli Nurchis. Raffaele era un farmacista mentre il cavalier Osvaldo era un droghiere che vendeva un po’ di tutto49. Vicino alla drogheria, quasi all’imbocco di via Nuova, c’era un albo – vetrina murale dove venivano affissi fogli di giornale e foto di vari avvenimenti. Negli anni della guerra d’Africa il fotografo Pizzetti vi espose le immagini dei soldati italiani che partivano in Abissinia. Singolare la bottega di Giovanni Cavigioli, sulla porta della quale erano esposti in mostra cordoni di rafia, le utilizzatissime candele ad acetilene, secchi di zinco e poi, in ferro smalto, un ampio campionario di vasi da notte. Dopo gli anni Trenta a Cavigioli subentrarono i Persod con gli articoli di cancelleria e i giocattoli che facevano sognare i bambini dell’epoca.50

Ma è doveroso concludere questo excursus con la gioielleria Ragazzola che, proprio quest’anno, taglia il traguardo dei 105 anni di attività. Italo Ragazzola rilevò l’attività da un altro gioielliere, Gabriele Bruneri che a fine Ottocento aveva avviato con successo l’esercizio dove «si esguisce ogni lavoro a orologeria» e in cui era possibile trovare autentiche chicche come il Regulador Excelsior «fabbricato apposta per il personale delle miniere», il cronometro Sardegna, «orologio elegantissimo», e i celebri Roskopf. Emiliano di Modena, figlio di un tappezziere, Italo Ragazzola era nato l’undici maggio 1880. Primo di sei figli, la modestia della famiglia lo indusse ad apprendere presto un mestiere, quello di orafo e orologiaio. Appena diciottenne si trasferì a Milano per lavorare in una gioielleria, il cui proprietario aveva anche un negozio in Sardegna, a La Maddalena. Il giovane Ragazzola accettò l’invito del suo datore di lavoro a trasferirsi nell’Isola. In quegli anni Iglesias era un centro in piena espansione grazie al boom dell’industria estrattiva. È il 1900 quando vi arriva quel giovanotto di belle speranze. Per due anni, Ragazzola lavora con un campionario, dimorando in albergo. Poi nel 1902 rileva la gioielleria Bruneri in piazza Lamarmora. Il futuro si tinge di rosa almeno fino a quando non scoppia la prima guerra mondiale. La patria chiama e per rispondere all’appello, il sergente Italo Ragazzola, nel maggio 1915 deve chiudere il negozio. Finisce prima a Capo Carbonara e poi a Folgaria, in Trentino. Nel 1917 viene catturato dai tedeschi e rinchiuso in cella in Germania. Ma la sua fortuna è quella di conoscere un mestiere. Il nemico ha bisogno di gente che lavori e così Ragazzola si ritrova dietro un banco da gioielliere, alle dipendenze di qualche Herr o Frau che lo trattano con serietà e correttezza. Nel 1921, finalmente, rientra in Sardegna. Riprende il suo lavoro e riapre il negozio di piazza Lamarmora. Qualche anno di assestamento e, nel 1928, rinnova i locali. All’esterno fa creare una facciata classica con i mascheroni e l’orologio da tasca pendulo e funzionante. Nelle due vetrine, con la consulenza di ingegneri e tecnici della “Monteponi”, allestisce il meccanismo a rotazione, novità assoluta per quei tempi. Per decenni conduce la gioielleria in prima persona. Il lavoro lo assorbì per tutta la via ma riuscì a trovare il tempo anche per altre attività collaterali, assai prestigiose all’epoca: il 23 agosto 1909 diventa tesoriere della Società ginnastica Jolao, fondata nel 1905. Il 13 marzo 1911 diventa commissario di tiro della Società mandamentale Tiro a segno nazionale. Il 27 gennaio 1913 il Prefetto gli concede il titolo di Notabile della città di Iglesias. La moglie, Sestilia Arba, gli dà due figli, Ettore e Carlo, che, dopo la sua scomparsa, subentrano al padre in gioielleria51.

L’annunciata chiusura, alla fine dell’anno, di quello che ad oggi è il più longevo esercizio commerciale cittadino deve fornire un pretesto di riflessione sul futuro della piazza Lamarmora (e, più in generale, del centro storico con le relative attività comprese al suo interno) e sulla sua reale capacità di continuare o meglio, tornare ad essere, il cuore pulsante e vivo della città. Una scommessa difficile ma che va accettata e, possibilmente, vinta.

 

Testo della conversazione tenuta il 12 luglio 2007 in piazza Lamarmora ad Iglesias nell’ambito della Scuola civica di storia locale.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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1 Nella carta topografica cittadina di Gaetano Cima, datata 1838, la strada risulta ancora chiusa verso piazza Sella. Sarà aperta soltanto nell’ottobre 1862 in concomitanza con la costruzione della Strada Reale. Cfr. Archivio Storico Comune Iglesias (d’ora in poi ASCI), Registro copialettere 1862.

2 A titolo informativo cito i nomi che le strade confluenti in piazza Lamarmora hanno avuto dal Seicento a oggi desumendoli dallo studio di Francesco Cherchi, Toponomastica della città di Iglesias intra moenia dal 1600 ai giorni nostri, di imminente pubblicazione. Via Cavour – Calle Cavalleros (popolarmente s’arruga de sa posta beccia); via Canelles – Calle su Onu (s’arruga ‘e s’onu in riferimento alla presenza, in epoche remote, di qualche pesa pubblica); via Mercato Vecchio – portico Ollargiu; via Cagliari – Calle Castello; Cor

Un dio rosso all’incrocio di otto stradeultima modifica: 2007-08-12T14:20:00+02:00da robchef
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