I poveri di San Lorenzo

 

C’è un fantasma che aleggia sulla nuova provincia del sud ovest sardo. È il disfacimento sociale e morale di una comunità senza bussola, fiaccata da una crisi economica e occupazionale senza precedenti, il lato A di un disco che suona su quello opposto una musica ancora peggiore.

“Nel Sulcis Iglesiente siamo in 130.000. Il 3% vive in una condizione di disagio e di marginalità sociale. Significa che ci sono circa 4000 persone, un vero e proprio piccolo paese, ad alto rischio. Lo sfaldamento sociale, ancora più pericoloso del crollo economico, di cui è una nefasta conseguenza, è quotidianamente tangibile: aumentano i furti, lo spaccio di droga, gli episodi di criminalità. Per evitare di arrivare ad un punto di non ritorno serve un sistema di tenuta che parta dal basso ma che non può prescindere dall’assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori sociali: politici, amministratori, sindacati, la Chiesa”.

Nel suo ufficio di presidente della cooperativa sociale “San Lorenzo”, Giorgio Madeddu racconta le angosce di chi sta in prima linea sul fronte del disagio, tutti i giorni alle prese col tentativo difficile ma non impossibile di ridare una dignità a quelli che la burocrazia chiama “soggetti deboli”: gente che ha avuto a che fare con la droga o con il carcere, alcolisti, disabili mentali. Ci sono anche, purtroppo sempre più numerosi, i nuovi poveri, gente che a cinquant’anni si ritrova senza un lavoro, con una famiglia da mantenere e il mutuo da pagare, fuori del ciclo produttivo e dentro i guai fino al collo. Oppure (“e sono molte più di quel che si creda”) le donne separate, con figli e senza alcuna fonte di reddito.

“La nostra è una cooperativa sociale di tipo B” spiega Madeddu. “Vale a dire che non svolgiamo servizi d’assistenza alle persone come quelle di tipo A, ma ci occupiamo dell’inserimento lavorativo di chi vive in condizioni di marginalità”. Previste dalla legge quadro nazionale 381 e, per la Sardegna, da quella regionale numero16, le cooperative sociali operano attraverso la stipula di convenzioni dirette con i Comuni, i quali affidano ad esse l’espletamento di determinati servizi di pubblica utilità.

“Si tratta insomma di creare imprese sociali non profit” dice Giorgio Madeddu “che nascono dopo la presentazione alle amministrazioni di singoli progetti: possiamo occuparci di manutenzione del verde, di pulizia delle spiagge o delle strade, dei servizi di lavanderia nelle case di riposo. Insomma di qualunque tipo di servizio che innesti il processo virtuoso di occupare le persone, offrendo loro un reddito, il pagamento dei contributi, gli assegni familiari e la possibilità di entrare nel mondo del lavoro. Tutte condizioni senza le quali, tra l’altro, non si ha diritto neanche all’indennità di disoccupazione qualora si resti di nuovo senza lavoro”.

Il meccanismo è tutto sommato abbastanza semplice. Il Comune accerta e certifica la situazione d’indigenza del singolo cittadino, consentendo così alla cooperativa di intervenire per inserirlo nel mondo del lavoro.

Oltre che con i Comuni (tra questi Villamassargia, Sant’Antioco, Iglesias, Teulada), la “San Lorenzo” lavora anche con una serie di altri soggetti come i Sert, la CSSA e la Asl 7 (e in particolare con il centro diurno di Carbonia diretto dal dottor Cesare Gerini). Insomma una vera e propria rete che si avvale anche del sostegno prezioso della Fondazione Banco di Sardegna che ha creduto nella “San Lorenzo” fin dal primo momento, quando fu varato il progetto “Pilar” a Villamassargia. Tutti gli inserimenti dei lavoratori sono a tempo determinato, la durata oscilla da uno a sei mesi, con una continua rotazione che ha consentito alla cooperativa di arrivare a preparare anche 250 buste paga.

“Accanto alla convenzioni con le amministrazioni comunali ci sono i servizi per imprese private come la Rockwool ad Iglesias o l’Eurallumina a Portovesme” aggiunge Giorgio Madeddu “e un paio di iniziative tutte nostre come la falegnameria, la carpenteria e la produzione di infissi in alluminio”. Attività che sono un lascito della comunità di Emmaus, della quale la “San Lorenzo” è una costola, visto che inizialmente fu costituita proprio nell’intento di dare occupazione a coloro che avevano completato il programma di recupero nella comunità fondata da Nico Grillo e oggi affidata alle cure di don Giovanni Diaz.

Certo il futuro non si annuncia roseo. Suonano a morto le campane anche per il “Forum dello sviluppo” voluto dalla diocesi e non si vedono all’orizzonte iniziative imprenditoriali serie, capaci di invertire la tendenza alla fuga verso la penisola o per lo meno di arginarla.

“Quello che è certo” conclude Giorgio Madeddu “ è che la situazione del territorio è ormai insostenibile e prima o poi esploderà. I giovani, mortificati nelle loro aspettative, sono costretti ad emigrare e chi di loro resta, vive senza alcuna certezza riguardo al proprio futuro. Noi proviamo a fare la nostra parte, non ci sentiamo eroi e sappiamo che oltre un certo limite non possiamo spingerci. Serve buona volontà, serietà e sacrificio da parte di tutte le componenti sociali. Speriamo di non restare soli e inascoltati”. “Sardinews”, gennaio 2004

I poveri di San Lorenzoultima modifica: 2007-09-17T13:00:00+02:00da robchef
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