Il Pd è la speranza per il futuro della nostra terra.

 

C’è l’esigenza forte di elevare il controllo democratico sulla provincia di Carbonia Iglesias. E il Partito democratico se ne deve fare carico». Lunedì mattina, la città fatica a rimettersi in moto, piazza Lamarmora, sotto le finestre, è deserta e fredda. Pullover bianco, pantaloni in velluto blu, cellulare che non dà tregua, Francesco Sanna si appassiona a ragionare di scenari futuri e realtà presente. Consigliere regionale eletto nella Margherita, convinto sostenitore del Partito democratico nella cui assemblea costituente è stato eletto a metà ottobre, Sanna è uno dei venti a cui toccherà il compito di scrivere lo statuto della nuova formazione politica.

Cosa c’è che non quadra in Provincia?

«Noi sappiamo tutto sulle dinamiche democratiche dei consigli comunali del territorio. Invece per due anni e mezzo abbiamo avuto una gestione democratica della Provincia abbastanza carente. Ne conosciamo gli atti politici ma l’ente intermedio è anonimo, non viene percepito come organismo democratico. So che in questo momento è in atto un duro conflitto tra consiglio provinciale e l’esecutivo… »

Lei contesta la gestione del presidente Gaviano?

«Io dico: fateci capire cosa state facendo e che ne è di tutte quelle promesse che la Provincia aveva messo in conto di realizzare quando ci siamo battuti per istituirla. Vorrei capire se il consenso sulle scelte che la Provincia sta facendo è da confinare in un’oligarchia del presidente e degli assessori o se invece possiamo metterci becco… Non c’è mai stata una riunione degli organi provinciali della Margherita sull’attività della Provincia. E a quanto mi risulta non c’è mai stato neppure nei Ds e in Progetto Sardegna. Parlo di organi, non di riunioni riservate a pochissimi per cercare di ridurre gli attriti. A metà cammino ritengo urgente un bilancio di questa attività».

C’è anche la questione della sede degli uffici, sollevata ad Iglesias.

«Io la tirerei fuori in termini più trasparenti. Io trovo sbagliato, per esempio, che si chiami Provincia di Carbonia – Iglesias, quasi a simboleggiare la perenne disfida tra le due città. Recuperiamo il nome del territorio: Sulcis Iglesiente. La Provincia va gestita in termini unitari e le due città devono fare battaglie insieme: non solo per difendere l’apparato industriale contro un nemico esterno ma anche dai reciproci egoismi cittadini. Carbonia e Iglesias devono concordare le strategie. Invece mi pare che si ignorino. Faccio un esempio: i cittadini di Carbonia e Iglesias occupati nell’industria lavorano a Portovesme o alla Zir di Iglesias. Nel momento in cui la Regione sta trasformando i consorzi e le politiche industriali, la Provincia e i due comuni principali la vogliono dire una parola in merito? Resto esterrefatto dal silenzio della politica su questi temi».

Il Partito democratico è maggioranza in Provincia e in Regione. Ha dunque grandi responsabilità. Autorevoli commentatori e vari esponenti politici ritengono affrettata la sua costituzione.

«Tutti i partiti storici si sono formati nell’arco di qualche mese. Vale per la Dc, per il Pci, nato da una scissione…I processi di formazione di un partito sono tradizionalmente rapidi anche se dietro hanno elaborazioni lunghe. Vale anche per il Pd, che ha dieci anni di Ulivo alle spalle. I tempi che molti hanno in testa sono superati dalla realtà di un mondo che corre. Noto piuttosto che finora i partiti si sono sempre formati per scissione mentre il Pd si forma per convergenza. È un fatto epocale. Si chiedono alla politica riposte veloci e poi si solleva il sopracciglio se chi governa agisce. La politica deve accelerare, lo dico anche a chi tira fuori il leit motiv sulla poca capacità dei capi dell’esecutivo di fare la concertazione… La concertazione va fatta ma non con i tempi di dieci anni fa perché oggi bisogna decidere rapidamente. Tornando alla domanda: è vero che si è fatto in fretta ma non si poteva fare altrimenti. C’era una richiesta di unità e andava soddisfatta. Certo, a livello locale i gruppi politici che hanno dato vita all’Ulivo non hanno agito insieme, per convenienze ed egoismi del ceto politico. Trovo deludente che in consiglio regionale non siamo riusciti a fare nè la federazione dei gruppi consiliari nè un gruppo unico. E trovo deludente che le regole che i partiti si danno nelle istituzioni siano funzionali più alla frammentazione che all’unità».

Quale novità porta il Partito democratico nello scenario politico?

«Il Pd è la risposta alla crisi, per consunzione, dei riformismi del Novecento: quello liberale, quello socialista, nell’occidente libero ovviamente, e la terza via italiana interpretata dal cattolicesimo democratico con la DC. Grandi storie politiche che però non rispondevano a certi temi fondamentali. Oggi chi fa politica deve sfidare altri poteri, soprattutto quelli economici, che, se lasciati liberi di gestirsi arbitrariamente, non sempre rispettano i valori della persona. Il socialismo era internazionalista ma non aveva conosciuto il fenomeno della migrazione di massa da altri continenti; era solidarista ma non si era mai confrontato con l’esplosione di deficit pubblici da metter sotto controllo per evitare che le classi sociali meno forti si impoveriscano. Non si era confrontato col tema dell’espansione della scienza e della tecnologia, oggi così forti da non trovare più riferimenti morali. Su questo tema, ad esempio, il Pd deve dire che non tutto quello che è scientificamente possibile è moralmente lecito. Sulla solidarietà, sull’integrazione, sulle scelte economiche, sul rispetto dei valori umani va data una risposta alternativa alle ricette dei neoliberisti. Certo, dai problemi universali bisogna calarsi in modo efficace nella quotidianità nazionale, regionale e locale, costruendo un manifesto di valori attinti al meglio delle culture politiche che stanno alla base del Pd. Ma il Pd non può essere un puzzle di quelle culture, deve avere una sua identità precisa. Per dargliela, la costituente nazionale lavorerà con tre commissioni ristrette: una sullo statuto, una sul manifesto dei valori e una sul tema della ricostruzione di un’etica pubblica. Bisogna decidere sui costi della politica, sul cumulo di mandati, sulla durata delle carriere politiche».

La politica è una carriera?

«Può essere una professione. In passato grandi uomini politici sono stati indispensabili per il Paese e, ottenendo il consenso, avevano la possibilità di far politica e basta. Penso alla classe politica che prese in mano l’Italia dopo il crollo del fascismo. I partiti di un tempo formavano la classe dirigente e, non a caso, nel Pd si discute se riproporre lo schema delle scuole di formazione… Ma il politico di carriera che esisteva fino a quindici anni fa ha visto inaridirsi la sua capacità di interpretare la realtà e di modificarla. Quando ero a capo del movimento giovanile Dc e il gruppo dirigente era sottoposto alla canea giudiziaria e madiatica che poi ne ha decretato la fine, ho visto persone disperate per non poter più fare politica nelle istituzioni perché, fuori dalla politica, non sapevano che mestiere fare. Non avevano mai fatto altro nella vita. Ad un politico va chiesto ciò che si chiede a medici, insegnanti, avvocati: che sappia fare bene il suo lavoro».

E serve il ricambio nella classe dirigente.

«Ho sostenuto Letta alle primarie per questo. Lui è quello che in termini evangelici possiamo definire uno scandalo: dieci anni fa era il più giovane ministro della repubblica, oggi è il più giovane uomo di governo. Vuol dire che abbiamo avuto dieci anni di blocco del ricambio generazionale. La fine della prima Repubblica a destra ha fatto nascere Forza Italia che, all’inizio, era fatto solo da quadri aziendali. Poi quello che disprezzavamo come partito di plastica si è consolidato, strutturato e ha fatto passi da gigante nell’affermare un modello di partito conservatore europeo che va studiato nelle facoltà di Scienze politiche. Non è il mio modello, però è certamente qualcosa che dura, dà voce a milioni di persone e con il quale bisogna confrontarsi. Nel centrosinistra invece alcune regole fissate per rinnovare i gruppi dirigenti sono state disattese: penso ai limiti di mandato in parlamento, in Regione e nei consigli comunali delle grandi città. Regole saltate perché chi doveva fare tre legislature nella Dc – Ppi del 1994 quando doveva andar via ha detto: “La Margherita è un nuovo partito”. Ed è rimasto. Non vorrei che adesso che col Pd succedesse la stessa cosa e il rinnovamento saltasse di nuovo. Dobbiamo dissotterrare i talenti e, se non ci sono, dobbiamo formarli. Dobbiamo trasformare il civismo, l’attitudine ad occuparsi della cosa pubblica in capacità di gestire la cosa pubblica. È una sfida. Proporre una politica che non si basa sull’insulto ma sui contenuti non dà popolarità, specie perché la cittadinanza rischia di essere addormentata dalla politica spettacolo. Ma non c’è alternativa».

Col Pd nel Partito socialista europeo lei non morirà democristiano…

«Ho un’idea netta. Il vino nuovo deve entrare in otri nuovi. Il Pse e il Ppe sono contenitori dove c’è tutto e il contrario di tutto. Al loro interno ci sono europeisti e anti europeisti, liberisti e neo protezionisti. Il Pd deve avere l’ambizione di costruire un soggetto diverso dal Pse, di centrosinistra come fanno i liberaldemocratici inglesi o Bayrou in Francia. Ma in questo momento il Pd deve essere alleato del Pse perché esprime la leadership di governo italiana e, a livello europeo, deve esser riconoscibile con altre leadership di governo (Brown e Zapatero) che si articolano secondo uno schema socialista».

Il Pd nasce per semplificare lo schema politico ma, per paradosso, si parla si crisi del bipolarismo.

«Se le riforme vanno avanti finisce il bipolarismo coatto che costringe forze tra loro divise ad unirsi contro avversari politici comuni. È un bipolarismo finto, basato su accordi elettorali e fragilissimo in sede di governo. Ma l’alternativa non può essere tutti con le mani libere prima delle elezioni e poi, dopo il voto, cinque leader intelligenti fanno l’accordo: non funziona così. Perché chi ha convenienza ad avere le mani libere prima le vorrà anche dopo per massimizzare il suo peso di forza marginale, ma decisiva. Dobbiamo costruire regole che consentano alle forze più grandi, a vocazione maggioritaria, di essere i perni di un sistema in cui, senza cannibalizzare i piccoli, il bipolarismo dà la possibilità al cittadino di scegliere tra due diverse opzioni politiche, sapendo che chi vince può governare secondo un programma. Nulla di più lontano, nel Pd, dall’idea d’intestare a forze politiche vocazioni alla Ghino di tacco di craxiana memoria».

La candidatura di Soru alle primarie ha dato la sensazione che il Pd sardo nasca diviso. Le primarie sono sembrate un regolamento di conti tra il goveranatore e la sua maggioranza.

«Io ho sostenuto la candidatura di Soru proprio perché il Pd ha una vocazione maggioritaria e al cittadino che si avvicina al Pd va data la possibilità di scegliere la leadership di governo. In tutto l’Occidente, nei partiti a vocazione maggioritaria, la leadership di governo coincide con la leadership di partito. Soru, come del resto Veltroni, ha voluto interpretare questo schema perché è profondamente innamorato dell’idea del Pd. Il discorso sulla compatibilità tra segreteria del partito e incarico di governo è aperto. Ma non vorrei che chi ha votato Veltroni o Cabras si ritrovasse come linea espressa dalla costituente la linea Soru: e cioè che chi è presidente di Regione è quasi obbligato a fare il segretario di partito».

Tra gli alleati la popolarità di Soru il decisionista non sembra poi tanta…

«Sono le obiezioni fatte alla sua candidatura perché Soru non viene percepito, da un pezzo del Pd sardo, come la persona più adatta. È un giudizio di merito, legittimo, che ho sentito fare dai sostenitori dell’ultimo momento del Pd anche qui a Iglesias. Per cui le primarie erano il giudizio di Dio su Soru l’autoritario…»

Parla del senatore Fogu?

«Leggere le critiche parlamentariste e concertative di Fogu alla gestione di Soru e Carta, basandole su un presunto eccesso di decisionismo, mi fa sorridere. Io son entrato in Consiglio comunale con Fogu sindaco e ricordo, nel suo settennato, grandi partiti come Dc e Pci, suo alleato, che criticavano Fogu dicendo: decide tutto lui, non sa ascoltare, ha troppo potere, vuol fare il supersindaco, è arrogante… Potrei citare tanti episodi amministrativi in merito. Nell’Iglesias da bere, craxiana, il Psi di Fogu prendeva il doppio dei voti che il partito raccoglieva a livello regionale perché raccontava l’esperienza socialista in modo nuovo rispetto a come facevano i vecchi socialisti. La differenza tra Fogu e Tocco era questa: i giovani contro i vecchi, i decisionisti contro i concilianti… In più, ovviamente, c’era il fertilizzante costituito da una gestione del potere molto diffusa e penetrante. Quindi la critica di Fogu a Soru mi fa sorridere perché immagino cosa sarebbe stato il sindaco Fogu se avesse avuto i poteri che oggi ha un sindaco».

Dalle primarie il Pd sardo esce comunque con un leader autorevole.

«Certo. E Cabras faccia il segretario. Però mi spiace rilevare che ci sono atteggiamenti, tra quelli che lo hanno sostenuto ed eletto, che ne frenano l’azione. Non vorrei che Cabras diventasse un segretario di mediazione. In un mese e mezzo Veltroni ha messo a ferro e fuoco la politica italiana, qui non abbiamo ancora un gruppo del Pd in consiglio regionale e siamo ancora a capire cosa farà l’Udeur…»

Soru sarà il candidato del centrosinistra alle prossime regionali?

«Credo che da Soru non si possa prescindere. Le leadership alternative sono abbastanza lontane da lui nel gradimento degli elettori. Credo anche che occorra comunicare bene all’opinione pubblica le cose fatte. Com’è noto, la stampa non ci aiuta dato che il polo editoriale più forte dell’Isola è avverso a Soru e non mette in luce quello che si fa. Oggi la stampa non va a spiegare a fondo i temi, va dietro i sensazionalismi. Se Soru vuole ricandidarsi si faranno le primarie, cosa che il Pd introdurrà per tutte le cariche importanti nazionali e locali, compresi i sindaci delle grandi città».

Anche ad Iglesias nel 2005 il centrosinistra stava per farle.

«Sì. Mi aveva dispiaciuto che Fogu si fosse allontanato dal centrosinistra e avesse fatto l’alleanza col centrodestra. Non un secolo fa: due anni fa. Chiesi personalmente, ma invano, a Fogu di avvicinarsi al centrosinistra e di partecipare alle primarie in città per le comunali. Oggi Fogu pare dire: io non mi candido sono altri che mi devono candidare. Sa molto di vecchia politica. Vuol dare un contributo? Potrebbe farlo dando una mano a questa amministrazione, per esempio, uscendo da un anfratto di critica non costruttiva e che sottovaluta alcuni aspetti rendendo friabile il suo ragionamento».

Per esempio?

«L’idea che Iglesias sia una città di servizi per il territorio non coglie in modo puntuale il tema dell’istituzione della nuova Provincia sul quale invece penso occorra fare i primi bilanci politici. Fogu sulla Provincia dà un giudizio timidissimo perché è influenzato da alleanze che sta cercando di costruire con pezzi del mondo politico di Carbonia».

Della Margherita iglesiente che dice?

«Mah… registro che alcune persone, per lungo tempo ostili al Pd che loro definivano il luogo dell’addio, oggi, senza spiegare nulla, le ritrovo nel Pd. Mi riferisco a Giuliana Pintus che ha cambiato posizione ma non ha spiegato perché. E quando manca la trasparenza secondo me c’è qualcosa di strano. Vorrei capire quali interessi ci sono dietro. Prendere consensi per un partito e muoversi senza dar conto di quello che si fa è un’operazione trasformista. Fenomeno opposto è quello di un signore, Augusto Cadeddu, anche lui eletto con la Margherita, che per anni ha espresso una posizione di adesione alla dinamica del Pd, si è impegnato alle primarie a far votare gente e poi, quando il Pd si è fatto, decide di non aderire e stare a guardare. E non scrive manco una lettera di spiegazioni? È una presa in giro. A me non interessa il presunto inquinamento delle primarie da parte del centrodestra. Mi preoccupa l’arroganza antidemocratica di chi, nel centrosinistra, si comporta in certi modi».

Nel Pd non entra Cadeddu ma entra Fogu.

«A Fogu dico: o ci sei o non ci sei. Io lo invito ad esserci. Ma se c’è, sappia che oggi Iglesias e la Provincia sono governate da una coalizione nella quale originariamente lui non c’era. Sosteneva se stesso e Steri alle comunali del 2005 e il centrodestra alle provinciali. Mentre in piazza Sella il centrosinistra chiudeva la campagna elettorale con Soru, Fogu, attorno alla piazza, faceva distribuire i volantini contro. Quella fase va chiusa ma Fogu deve riconvertire le sue critiche in modo costruttivo. Se difetti ci sono in quest’amministrazione comunale non sono difetti insopprimibili; e allora Fogu contribuisca a eliminarli con idee aderenti alla realtà di oggi piuttosto che a quella di ieri».

Per Fogu il difetto sta nel manico.

«Il manico l’hanno scelto gli iglesienti, Carta è il sindaco e deve amministrare. Altre proposte sono irricevibili. Quali sono le alternative? Nelle posizioni di Fogu trovo alcune accentuazioni esasperate su alcune scelte di governo della città e della Regione, che io giudico positive, e che mi fanno chiedere se lui ha capito che stiamo nello stesso partito. Oggi il sistema elettorale dei comuni non prevede cambi di cavallo in corsa. Le forze costituenti del Pd iglesiente, nel 2005, hanno messo in sella un sindaco e un consiglio comunale e hanno il dovere di sostenere entrambi fino alla fine per arrivare a un giudizio su quest’esperienza. Se non portassimo a termine la consiliatura il centrosinistra sarebbe aspramente punito dai cittadini. E alcune cose si stanno facendo».

Quali?

«La vicenda del Puc va chiusa, tenendo conto certo del piano paesaggistico e negoziando con la Regione una serie di investimenti significativi racchiusi nella delibera d’intesa prevista dalle norme tecniche del Ppr. Dobbiamo pensare a un modello di sviluppo diverso rispetto a quello industriale, che non c’è più. Prosegue la trasformazione di Campo Pisano in area artigianale. Penso poi al sostegno di Comune e Regione perché Igea abbia la possibilità di fare le bonifiche ambientali senza aspettare tre anni perché il piano sia approvato. Penso a una città che, col master plan della Regione, a Monteponi esalta la sua storia di più importante città industriale della Sardegna . La Regione non dimentica Iglesias. Ma le cose non funzionano più come prima. Oggi le forze politiche locali sono corresponsabili di una Provincia. Ecco il fallimento dell’idea di città di servizi. Ieri pretendevamo il decentramento da Cagliari, oggi siamo sede naturale di servizi ma, con Internet, molti servizi vengono erogati in modo diverso dal passato. Investiamo sul rilancio del bando di Masua, legandolo alle bonifiche, e sulla nostra tradizione industriale: abbiamo il consorzio industriale che è letteralmente scomparso in questi ultimi anni a causa di una gestione anonima. La Zir di Iglesias è un monocolore del centrodestra. È sparito, non attrae investimenti, ci sono soldi che stiamo perdendo nel contratto d’area del Sulcis e che potevano essere reindirizzati, viste le difficoltà di Portovesme, sulla Zir. Questa cattura di investimenti, di capitali coraggiosi, di attività economiche non c’è. Noi possiamo metter tutti i servizi che vogliamo ad Iglesias ma ciò che serve davvero è rientrare nelle dinamiche dell’economia reale, altrimenti si fanno giochi a somma zero in termini di occupazione. Questa è la città che vedo: poi dentro ci sono le politiche culturali, del turismo, dell’identità».

Due parole su Iglesias.

«C’è stato un primo anno di difficoltà ,con i Ds fuori dalla giunta, poi il periodo di necessario assestamento. Auspico che la seconda parte del mandato sia quella dell’uscita dalla transizione e coincida con la formazione del Pd, del quale a febbraio si eleggeranno le segreterie provinciali e cittadine. E chi aderisce al Pd dovrà sostenere l’amministrazione in carica. Senza deroghe per nessuno».

 “La Voce di Iglesias”,   10 dicembre 2007

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