Dalle urne cinque buone notizie

Dunque l’Italia ha riscelto Berlusconi. Il risultato elettorale non lascia spazio a fraintendimenti di sorta. Il PdL vince facile sia alla Camera sia al Senato. Le illusioni democratiche di un pareggio a Palazzo Madama svaniscono quando, verso le cinque e mezzo del pomeriggio, i primi inaffidabili exit poll devono lasciare la scena ai risultati reali.

Il centrodestra si afferma un po’ ovunque. Trionfa al Nord, complice una Lega che raddoppia i consensi del 2006; dilaga al Sud e regge molto bene anche al centro, perfino nelle tradizionali regioni rosse; conquista, una dopo l’altra, Liguria, Abruzzo, Lazio e Sardegna, ossia le regioni che erano date in bilico e sulle quali sperava molto il Pd per ribaltare la situazione.

Dalle urne esce un’Italia, finalmente, nettamente bipolare. Quindici anni fa il secondo referendum Segni indicò, a larghissima maggioranza, al Paese la strada del bipolarismo. Sappiamo come andò. Le camarille dei partiti “aggiustarono” quel referendum con la scempiaggine del Mattarellum che, con lo sproposito del recupero proporzionale di un quarto dei seggi, consentì la sopravvivenza di partitini pesanti appena l’uno o il due per cento ma capaci di risultare, in sede di governo, vere e proprie zavorre.

Da allora l’Italia, Paese dove mai il tratto più breve tra due punti è la linea retta ma l’arzigogolo, ha avuto un bipolarismo zoppicante e definito “falso”, per ironia della sorte, proprio da coloro che lo vedevano come il fumo negli occhi.

Quanto la palude dei partitini (tenuti in vita in nome di una bizzarra concezione della pluralità di posizioni) abbia nuociuto all’Italia è sotto gli occhi di tutti: la paura di scegliere e i veti reciproci, dettata da pure logiche di conservazione la prima e da quelle di particulare i secondi, hanno frenato e impedito la crescita economica, aumentato l’incertezza, impedito le grandi opere infrastrutturali. Hanno insomma incatenato il Paese.

La costituzione del Partito democratico e quella, annunciata, del Partito unico del centrodestra ha finalmente squarciato, seppur con quindici anni di ritardo, il velo di ipocrisia. Annientata la sinistra dei no ad oltranza. Ridotta a poca cosa l’Udc. Relegata in un cantuccio la pseudo destra delle signore dei salotti. Dal voto del 13 aprile arrivano, mi pare, cinque buone notizie.

Primo. In modo tutto italiano, e cioè imprevedibile e laborioso, oggi arriviamo ad avere un parlamento dove approdano solo cinque partiti. Di essi, i due maggiori catalizzano il 73% dei voti ossia più di quanto, insieme, riescano a fare Tories e Labour in Inghilterra, Spd e Cdu in Germania, gollisti e socialisti in Francia.

Secondo. I numeri garantiscono la governabilità. A differenza del 2006, oggi i vincitori hanno ricevuto un ampio consenso (oltre nove punti in percentuale la differenza tra PdL e Lega da un lato e Pd e Idv dall’altro). Berlusconi, bisogna dargliene atto, stavolta ha azzeccato tutte le previsioni. Aveva detto che la legge elettorale avrebbe dato una solida maggioranza al vincitore. Aveva detto che il centrodestra avrebbe vinto anche senza l’Udc. Aveva detto che tra la sua coalizione e quella guidata da Veltroni c’erano dieci punti di differenza. I risultati usciti dalle urne gli hanno dato ragione.

Terzo. Spariscono le forze estremiste sia a destra che a sinistra. E se è vero che l’assenza di formazioni che si richiamano alla tradizione social comunista è, in linea teorica, fatto di cui ci si può dolere, l’onestà di giudizio impone di non tacere un dato di fatto. E cioè che il successo di una dottrina politica molto dipende anche da chi se ne fa interprete e araldo. E se la sinistra italiana, in questi anni, ha seguitato a far dei Bertinotti, dei Diliberto e dei Pecoraro i suoi guru, merita una fine così ingloriosa. Una visione del mondo sorpassata, aprioristicamente chiusa alla modernità, trapuntata di no a qualsivoglia innovazione, ha finito con lo stufare anche la maggioranza dei fedelissimi, approdati alle sponde del Pd in men che non si dica.

Quarto. Svanisce definitivamente l’utopia del grande centro. Lo scampato annientamento dell’Udc sa molto di appuntamento rimandato con la “mastellizzazione” del partito. La netta scelta bipartitica degli italiani chiude nell’angolo Casini e i suoi che, oggi, sia alla Camera (36 deputati) sia, soprattutto, al Senato (3 eletti. E in Sicilia.) sono del tutto ininfluenti. Per un partito da sempre abituato a fare dell’esercizio del potere il mezzo per procacciare voti questa prospettiva è oggettivamente grigia. Ragionevolmente, è ipotizzabile che l’Udc non completi i cinque anni di opposizione e, attraverso accordi locali per i prossimi appuntamenti elettorali, rifluisca lentamente nel PdL. Una sorta di “morte dolce” per un partito da sempre avverso all’eutanasia.

Quinto. Il Partito democratico raccoglie, a sei mesi dal suo varo, un risultato importante. Pagato lo scotto di essere, comunque, il partito del governo Prodi e pagato il dazio dell’accelerazione che le elezioni anticipate hanno imposto al processo di penetrazione territoriale necessario ad una forza politica neonata, il Pd ha comunque il merito di aver portato a termine un lungo processo di transizione della sinistra democratica italiana, cominciato col crollo del muro di Berlino e proseguito con la fine della Dc e del Psi negli anni di Tangentopoli. A vantaggio dei democratici c’è anche una classe dirigente mediamente più giovane di quella del PdL e una scuola politica (quella diessina e quella della sinistra diccì) che dall’altra parte non c’è.

Cinque buone notizie, ho detto. Dalle urne sembrerebbe uscire un’Italia nuova o comunque diversa da quella che finora abbiamo conosciuto. Tanto che qualcuno parla e scrive già di Terza Repubblica. Perchè si possa concordare con questo giudizio però servono le riforme. Può darsi che un quadro politico così semplificato le renda finalmente fattibili.

Dalle urne cinque buone notizieultima modifica: 2008-04-15T17:40:00+02:00da robchef
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