Gli americani a Roma

 

Gli americani a Roma, come nel film di Alberto Sordi, una volta facevano ridere. Oggi invece, a qualcuno, fanno evidente paura. Da quando si è diffusa la notizia che due diversi gruppi finanziari a stelle e strisce sono interessati a comprare la Roma, il calcio italiano ha cominciato a dare segni di insofferenza. Da quando, poi, uno dei due gruppi, quello guidato dal magnate George Soros, ha avanzato l’offerta di 250 milioni di euro per acquisire la società dalla famiglia Sensi, e possibilmente in tempi rapidi per progettare in modo efficace le strategie di potenziamento della squadra in vista della prossima stagione, la soglia d’allarme si è sensibilmente sollevata. E chi interviene (da Milano) per offrire patti di collaborazione alla Roma purché i Sensi non cedano; e chi, pur professandosi in politica alfiere del libero mercato, inneggia al nazionalismo quasi che la cessione a un gruppo straniero fosse un reato penale; e chi parla, sempre da Milano, di due gruppi arabi molto più ricchi degli americani (con la conseguenza che quindi è meglio aspettare…).

Gli inguaribili amanti della Magica, naturalmente, la vedono in modo un po’ diverso. Se una nuova proprietà fosse in grado di garantire rinforzi, ambizioni maggiori e, magari, successi in Italia e anche in Europa, nessuno tra i tifosi storcerebbe la bocca. L’esempio dell’Arsenal è emblematico: una delle squadre inglesi più prestigiose e vincenti che, passata in mani che nulla hanno di britannico, ha ripreso a vincere, e a divertire i propri tifosi, senza provocare in loro alcuna remora sciovinistica. E questo nonostante l’abbandono, qualche anno fa, del glorioso stadio di Highbury e il trasloco nel nuovo, moderno e molto commerciale “stadio degli Emirati”. Prima ancora c’è stato il caso del Chelsea, oggi proprietà del russo Abramovich. E presto o tardi, si dice, la stessa sorte potrebbe capitare al Liverpool al quale sono interessati gli americani.

La disastrosa stagione europea del nostro calcio ha messo in evidenza la differente cultura imprenditoriale e di marketing che regna in Italia rispetto all’Inghilterra. Là le società dispongono di stadi di proprietà, diffondono il loro marchio ai quattro angoli del globo, chiudono singolarmente le trattative sui diritti televisivi. In una parola fanno quattrini in ogni modo: quattrini che poi reinvestono nell’acquisto dei migliori calciatori: col risultato di portare tre squadre in semifinale di Champions’ League.

Ora a Roma, per la Roma, la possibilità che si apre potrebbe essere esattamente questa. Una visione manageriale del calcio, uno stadio nuovo e di proprietà, una commercializzazione del marchio a livello planetario, una campagna acquisiti importante. La sensazione, ma è molto di più di una semplice sensazione, è che a qualcuno questa prospettiva faccia paura. E allora ecco i distinguo, le frenate, gli appelli al patriottismo (ci manca solo che qualcuno tiri fuori i bucatini all’amatriciana) e via sciocchezzando…

Per chi ama la Roma, invece, sarebbe bello che, dopo l’illusione russa di un paio d’anni fa, adesso qualcosa cambiasse. Magari lasciando ai Sensi un ruolo nella società, per una questione di affetto, di riconoscenza e anche di competenza. Il presidente prima e la figlia Rosella poi hanno dimostrato in questi ultimi quindici anni che cosa significa essere romanisti. Ma è chiaro che se la Roma vuole definitivamente fare il salto di qualità bisogna andare su una diversa strada. Anzi on the road…

Gli americani a Romaultima modifica: 2008-04-21T19:00:00+02:00da robchef
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