Mangiare a casa di Faber

 

«E versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete, ho fame». La strada tra Oschiri e Tempio è bella ma lunga, irta di curve e di boschi di sughero che sembrano, entrambi, non finire mai. E, allora, quando si arriva al bivio di San Bachisio e un cartello dice che a sinistra si va per “L’Agnata”, la voce bassa di Fabrizio De Andrè si fa suadente nella memoria di chi, pungolato dall’appetito, va ad isolare nello sterminato canzoniere del cantautore proprio quei due versi de Il pescatore.

Si svolta dunque e si scende in fondo alla valle, perdendosi nel silenzio che avvolge la zona. Alla fine ecco “L’Agnata”, la casa dove De Andrè visse e scrisse molte delle sue canzoni e dove, ancora oggi, abita per qualche mese all’anno la sua compagna Dori Ghezzi. Benché già il proprietario negli ultimi anni di vita, avesse cominciato a trasformarla in quell’agriturismo d’eccellenza che è oggi (il soggiorno in mezza pensione costa 150 euro, tra mobili di lusso nelle camere, jacuzzi in bagno e, all’aperto, la piscina incastonata nella roccia), “L’Agnata” conserva però intatto il fascino della tradizionale casa rurale gallurese. Pietra e legno regnano sovrani sia nella foresteria dove sono state ricavate le camere dotate di tutti i comforts, sia nella casa padronale, tappezzata fino al tetto di edera e dove, al piano terreno, è situato il ristorante mentre quello superiore è riservato ai proprietari. Ammirato il laghetto, si entra nella casa come in piccolo museo, cercando le cose che parlano del mondo di De Andrè. E ci sono, queste cose: ma non si tratta delle tracce che rimandano al suo universo musicale bensì quelle che raccontano della quotidianità “sarda” di un ligure che si innamorò della nostra Isola fino al punto di venirci a vivere e decidere di non andarsene nemmeno dopo il dramma del sequestro, avvenuto proprio in questa casa, nel 1979. Nelle stanze soffuse di buon odore di legna bruciata nel camino, troviamo il De Andrè agricoltore, i suoi libri di botanica, qualche foto di famiglia, targhe premio per il ristorante. Non una chitarra, non uno spartito, non un impianto stereo che diffonda nei locali le sue musiche e le sue parole.

Una donna in cucina lavora la pasta con le mani, un cameriere tempiese amico di famiglia scorta alla veranda dove il tavolo è pronto. Fuori, il giardiniere, guidando la falciatrice che pare una di quelle macchine che trasportano i golfisti, tosa l’erba sul prato all’inglese. Il servizio è discreto e puntuale. Il menù tipico (38 euro) si apre con i panzerotti di pasta sfoglia ripieni di carne macinata e verdure, pecorino, melanzane al forno e zucchine ripiene di carne. Non di grande qualità il pane. Il rosso della casa (ma la cantina dispone delle principali etichette regionali) accompagna i primi che non si scostano dall’ortodossia isolana dei culurgiones di ricotta e dei malloreddus col sugo di salsiccia. Porzioni abbondanti di pasta che, come hanno testimoniato gli occhi all’ingresso, è prodotta in loco da sapienti mani femminili. Nel solco della tradizione il secondo, porcetto alla brace, proveniente dall’azienda agricola de “L’Agnata” visitabile più a monte, se si vuole, durante la passeggiata post prandiale. Si chiude con crema catalana flambé, caffè e mirto di precetto. Buono il rapporto qualità prezzo per un ristorante dove la cucina semplice e sapida non sfigura dinanzi al richiamo costiuito dalla fama dei proprietari.
“La Voce di Iglesias” n. 6 – 25 giugno 2008

Mangiare a casa di Faberultima modifica: 2008-07-01T16:55:00+02:00da robchef
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