Intervista a Raffaele Guariniello

 

Dottor Guariniello, dopo l’ordinanza di rinvio a giudizio dei sei imputati lei parlò di decisione storica. Vuole spiegare perché?

Ricordo innanzitutto che quella del giudice Gianfrotta non è una sentenza di condanna. Ma è indubbiamente una decisione di grandissima rilevanza. Definendola storica ho voluto sottolineare soprattutto due aspetti. In primis che per la prima volta c’è stato un rinvio a giudizio non solo di persone fisiche ma anche di un’azienda e questo grazie alla legge approvata di recente. Inoltre perché per la prima volta a livello mondiale viene contestato ad un dirigente l’omicidio volontario con dolo eventuale. Viene applicata una norma del 1930. La novità assoluta però è che c’è stato l’accertamento di fatti tali che evidenziano la consapevolezza del rischio mortale e la sua accettazione da parte della dirigenza della ThyssenKrupp.

La tesi della Procura è che il reato sia stato commesso in ossequio a una precisa politica aziendale. Su cosa basate questa tesi?

Su fatti molteplici. Cito il più importante e cioè che per la linea 5, quella dove avvenne l’incendio, erano a disposizione fondi economici per adottare tutte le migliorie necessarie a garantire la sicurezza. Ma poi la dirigenza aziendale decise che questi interventi avrebbero avuto luogo solo dopo il trasferimento di quella linea da Torino a Terni. Questo è l’elemento che sta a dimostrare come l’amministratore delegato Espenhahan sapesse che le misure di sicurezza sulla linea erano necessarie: ma attese che tutto andasse a Terni.

Nell’ordinanza del Gup si legge che l’amministratore delegato accettò il rischio del verificarsi di infortuni anche mortali sulla linea 5. Come può un dirigente far questo?

Va chiarito che noi non diciamo che qualcuno ha voluto la morte degli operai. Cioè non contestiamo all’imputato un omicidio con dolo diretto ma con dolo eventuale. Qualcuno dice che è un’innovazione normativa. Ma non è così: le norme ci sono.

Le difese sostengono che con il processo le accuse si ridimensioneranno non solo il relazione al dolo ma anche per quel che concerne la colpa.

È un loro legittimo diritto affermarlo, ci mancherebbe altro, e questo non mi sorprende e non mi scandalizza.

Le difese hanno negato anche che siano arrivate indicazioni sugli interventi da fare da parte della Asl e dell’Arpa.

Noi abbiamo fatto una serie di accertamenti che dimostrano con i fatti che da parte della dirigenza c’è stata una consapevole accettazione del rischio.

Si è parlato anche di telefonate con le quali la Asl avrebbe avvertito l’azienda di imminenti sopralluoghi. Quindi ci sono responsabilità della Asl?

Vedremo…..non posso dire di più.

C’è chi sostiene che questo processo trasforma i manager in criminali. Confindustria lo ha definito eccessivo perché in fondo muore più gente sulla strada che in fabbrica.

Ho notato che molti fanno un’analisi del processo senza conoscerne gli atti. Le considerazioni degli avvocati difensori sono legittime perché hanno studiato gli atti. Ma altri fanno analisi al buio. È un malvezzo nel nostro Paese fare valutazioni senza cognizione di causa.

L’inchiesta si è distinta per la rapidità sia in fase di indagine che nell’udienza preliminare. Sarà così anche in dibattimento?

Il processo deve essere giusto e per esserlo deve avere tempi ragionevoli. Spesso anche per vicende molto gravi i processi durano anni e finiscono con la prescrizione. È un fatto inaccettabile: quella non è giustizia.

Citerete molti testi e molti periti?

Stiamo lavorando sui rispettivi elenchi. Certamente sentiremo in dibattimento tutti i consulenti dei quali ci siamo avvalsi finora.

I familiari delle vittime hanno fatto di lei un eroe. La cosa la lascia indifferente o è uno stimolo in più?

Senza retorica: penso a fare il mio mestiere. L’esigenza è dare una risposta di giustizia il che va fatto nel rispetto delle regole del processo e quindi arrivando a una condanna dei responsabili solo se ci sono le prove. Vanno tutelate le persone offese ma va tenuto conto che anche gli imputati sono uomini.

In Italia è diffusa l’idea che l’incidente sul lavoro sia legato a una fatalità e come tale non sia preventivabile.

Ho cominciato a occuparmi di sicurezza sul lavoro nei primi anni Settanta. Ricordo un’inaugurazione dell’anno giudiziario in cui un procuratore generale parlò di infortuni sul lavoro come fatalità. È una concezione contro la quale mi sono sempre battuto. A tanti anni di distanza le cose per fortuna stanno cambiando. Lo stesso Presidente della Repubblica lancia continuamente messaggi che sono tutt’altro che nel segno della fatalità.

Ritiene che le aziende vivano le norme di sicurezza come un ostacolo?

Dipende. Ce ne sono di virtuose e di meno virtuose. Molto dipende dagli organi deputati alla vigilanza e dall’attività giudiziaria. Perché non è che manchino le leggi in materia ma bisogna applicarle e farle applicare. Altrimenti si diffonde un senso d’impunità che diviene dilagante.

Infatti le morti sui posti di lavoro continuano a verificarsi.

È vero, ma in parte. Gli organi d’informazione se ne occupano di più mentre prima nessuno ne veniva a conoscenza. Non c’è mai stata tanta attenzione al fenomeno come negli ultimi tempi. Il Paese nel suo complesso è più attento. Mi pare che stia crescendo la consapevolezza che la famosa fatalità è un arnese vecchio e logoro.

L’indagine sul rogo alla Thyssen si è avvalsa di nuove metodologie. Anche in dibattimento ci dobbiamo attendere sorprese?

Ricorreremo a tutte le metodologie utili a supportare le nostre tesi. Ma è chiaro che le slides o i video sono efficaci se chi le usa sa di stare dalla parte della ragione…

Come vive questi giorni di manifestazioni commemorative?

La mia commemorazione è fare giustizia su ciò che è accaduto. E in questi giorni mi concentro sui fatti di Rivoli, perché anche quel ragazzo è un morto sul lavoro. Ecco: penso che per me il modo migliore per commemorare le vittime Thyssen sia far chiarezza su Rivoli.

Crede sempre che serva una Procura Nazionale per la sicurezza sul lavoro?

È un’idea che mi è molto cara. La ritengo risolutiva per rendere più efficace il sistema d’indagine e l’intervento della magistratura. L’ho illustrata anche di recente a autorevoli esponenti del Paese e mi auguro che sia attuata al più presto.

In Italia si continuerà a morire mentre si lavora?

Mi auguro di no ma è essenziale far crescere la cultura della sicurezza. E per farlo non bisogna lanciare slogan ma applicare le leggi.

EPolis Torino,  9 dicembre 2008

Intervista a Raffaele Guarinielloultima modifica: 2008-12-09T15:32:00+01:00da robchef
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